giovedì 19 luglio 2012

"Una vita violenta" di Pier Paolo Pasolini (1959)

Da considerarsi un classico della letteratura italiana, "Una vita violenta" coglie le radici di una cultura emarginante, una collettività responsabile di fenomeni sociali forieri di discriminazione e devianza.
Il romanzo di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 - Ostia, 1975) narra la storia del piccolo Tommaso, che con la sua personalità suscita un intero ventaglio di emozioni: dalla tenerezza, alla rabbia, l'orrore, la delusione, il rifiuto, la voglia di riscatto, le aspettative deluse, la tristezza, l'orgoglio.
La storia del romanzo si ambienta nel dopoguerra, tuttavia può essere considerata attuale per le difficoltà che ostacolano i giovani e la loro realizzazione personale.
La violenza è l'elemento comune all'intera esperienza esistenziale del protagonista e del contesto sociale in cui cresce: una violenza sottoculturale, che risponde a diverse necessità, come strumento di difesa, ma anche come mezzo di divertimento. La prevaricazione appare esercitata con una tale facilità, che il lettore rimane sbalordito, col fiato sospeso per la non curanza delle conseguenze di tanta aggressività.
Pensando alla storia di Pier Paolo Pasolini e al suo tragico epilogo, non si può fare a meno di sobbalzare sulla sedia leggendo in numerose pagine del romanzo episodi che si sono poi realizzati nella realtà, fino a cagionare la morte dell'autore.
Quali le cause peculirari di tale condotta?
Il romanzo spinge il lettore a riflettere su alcune teorie criminologiche. Secondo la teoria della deprivazione relativa, quando i giovani meno abbienti si confrontano con gli altri più fortunati, provano un sentimento di rivalità scaturito dalle diverse opportunità dei due gruppi nella realizzazione personale: tale differenza provoca una rabbia che finisce per tradursi in agiti devianti. Secondo la teoria sottoculturale, la devianza giovanile invece è un prodotto della condivisione di valori violenti tra giovani che appartengono al medesimo ceto sociale e che finiscono per identificarsi nelle loro condotte di ribellione alla così detta società civile, dalla quale si sentono invece rifiutati. La violenza diventa quindi veicolo di idenità personale, tolta la quale il giovane si sente inadeguato sul piano relazionale e sociale.
Chiaramente la materia rappresenta una vera e propria sfida per l'intera collettività, in primo luogo per la scuola e per i servizi sociali territoriali.
Come psicologo devo purtroppo constatare che ancora oggi i giovani esposti a maggiore probabilità di emarginazione sono coloro i quali provengono da famiglie meno facoltose e costrette a vivere ai margini della collettività, pertanto, con minori probabilità di accedere a percorsi formativi idonei a introdursi a pieno titolo nella così detta società civile. 
Il contesto familiare e sociale in cui i giovani nascono si rivelano spesso delle profezie che si auto-avverano e  che finiscono per condannare il bambino, futuro adulto, ad una qualità di vita proporzionata alle proprie origini. 
Troppi pochi sforzi e investimenti sono elargiti per diffondere eguali probabilità di benessere a tutti gli strati della collettività.
Il romanzo di Pasolini assume a tratti le sembianze di una ricerca sociale partecipata. Lo consiglio a tutti, ma soprattutto ai lettori in età adolscenziale.