giovedì 6 settembre 2012

"La solitudine del cittadino globale" di Zygmunt Bauman. Titolo originale "In search of politics" (1999) edizione Feltrinelli, tradotto dall'inglese da Giovanni Bettini

Tutti noi ci sentiamo in un costante stato di ansia, che condiziona la qualità di vita. La quotidianità dell'uomo post-moderno è tristemente caratterizzata da senso di instabilità e insicurezza: i timori prevalgono sulle speranze. Bauman registra i sentimenti che accompagnano l'uomo post-moderno e attribuisce la causa di tali vissuti alla globalizzazione e, in particolare, al conseguente sopravvento dei poteri economici internazionali sui poteri politici, che sono rimasti eccessivamente radicati a logiche locali. Non solo assistiamo alla progressiva impotenza dei politici innanzi allo strapotere dei mercati, ma appare ormai evidente il progressivo assoggettarsi di tutti gli strati sociali alle logiche privatistiche dell'economica. Persino gli intellettuali hanno rinunciato ad un impegno teso al bene comune per un asservimento professionale alla tecnica, e al consumismo, accettando incarichi che contribuiscono ancora una volta alla visione scotomizzata di una società, sempre più debole e impotente innanzi alle manovre massificatorie che aumentano i guadagni delle vendite, abbassando i costi di produzione. L'uomo post-moderno si trova così schiacciato da forze economiche, che hanno l'interesse di omologare l'intera società ad un'unica matrice consumistica, annullando le differenze individuali e rendendo le società locali estranee alle proprie tradizioni: la cultura è pericolosamente esposta alla mercé di interessi economici. C'è una qualche speranza di recuperare la dimensione umana? Apparentemente no, perchè l'uomo post-moderno subisce la percezione che non ci sia la possibilità di scegliere alternative all'attuale deriva consumistica. La speranze di Bauman trova luce solo a condizione che la soluzione sia strutturale e abbia il potete di incidere sugli equilibri internazionali tra sfera pubblica e privata. Sempre più urgente risulta abbandonare la logica del mutuo scambio (io ti do solo se tu mi dai) e recuperare un'area di reciprocità (riconosco in te parte di me: interessante notare che in psicoloterapia Rogers scopre l'empatia come strumento di cura). Ancora in termini propositivi Bauman auspica lo sviluppo di un dialogo intermedio tra pubblico e privato: un'agorà tesa a stimolare la critica e la riflessione come antidoto a risposte rigide e stereotipate. Si tratta di una dimensione democratica che consenta alla politica di rinunciare a miopi interventi populisti. Non abbiamo più bisogno di promesse particolarmente allettanti: il politico deve guadagnare il coraggio di ammettere che la vita può riservare anche l'impossibilità di risolvere i problemi. Non è l'illusionista garanzia di felicità ad avvicinarci alla dimensione esistenziale dell'uomo. Adesso abbiamo bisogno di provvedimenti coraggiosi a favore delle persone e non più del mercato: in psicologia umanista si dice di collocare la persona al centro. Come psicologo ho trovato tantissimi spunti di riflessione in questo libro, che per la verità offre il fianco a composite chiavi di lettura di estrazione sociologica, politica, psicologica e persino antropologica. Allo psicologo, in particolare, il libro ricorda che la sofferenza umana va intesa in stretta connessione con la società in cui la persona vive e con i paradossi sociali ed economici, che inevitabilmente finiscono per influenzare il benessere psichico del cittadino. Quale è la definizione di crisi in una società sempre in crisi? Come aiutare il cittadino che ha perso qualsiasi strumento di previsione del proprio destino? È possibile continuare ad illudersi che il solo consumo di beni e servizi materiali possano restituire un senso alla nostra vita? Non si tratta di domande solo teoriche, perchè nel mio studio arrivano persone che realmente rimangono vittime di una società scotomizzata, caraterizzata da un forte potere patogeno. Siamo vittime di una vera e propria scissione tra ciò che siamo e ciò che crediamo di essere: c'è uno strappo tra le nostre origini tradizionali e le nostre mete, ormai perse in miopi obiettivi fugaci e relativi. Perduta la dimensione esistenziale attraverso un vero e proprio compromesso consumistico, abbiamo gettato alle ortiche la possibilità di confrontarci con l'assoluto, in una dimensione culturale ormai dimenticata, che trovava nella morte l'occasione per valorizzare la vita. Così sempre più ci sentiamo rapiti in un'ansia pervasiva, che trova la sua patologica (ma comprensibile) motivazione nel timore di continuare a sprecare la propria esistenza, senza riuscire ad attribuirle un qualche senso nella storia dell'umanità. A mio parere proprio in questa dimensione ansiogena derivante dalla dissociazione tra aspettative e desideri soddisfatti, può prendere ruolo la figura professionale dello psicologo, che facilita lo sviluppo di un'autoconsapevolezza, sempre più rara nella società post-moderna, ma proprio perchè rara, sempre più preziosa.