mercoledì 7 novembre 2012

"Il signore delle mosche" di William Golding. Titolo originale "Lord of the flies" (1954)

Non amo i reality show e non ne ho mai vista una puntata intera: mi sono solo affacciato per qualche istante quando mi sono abbandonato a quella pratica dello zapping che rende il telecomando di ogni casa più abile di una racchetta da tennis di Wimbledon. Ciononostante già le prime pagine del romanzo mi hanno portato a pensare al format televiso, che negli ultimi anni ha invaso (e contaminato) la TV di intrattenimento più popolare (e meno interessante) degli ultimi anni. Questa volta però si tratta di un romanzo sul quale il mio giudizio non può che essere positivo: un gruppo di minorenni è dimenticato su di un'isola dell'oceano a causa di un incidente aereo. Inizialmente il gruppo riesce a trovare le modalità per far fronte alle esigenze primarie di sopravvivenza. Nasce in fretta una gerarchia interna al gruppo ed un'organizzazione sociale che consente in qualche modo di pianificare interventi atti alla nutrizione dei più piccoli e alla costruzione di rifugi. Compiti e ruoli sono distribuiti (anche se con fatica) secondo criteri oggettivi e condivisibili: laddove non c'è la possibilità di partecipare alla decisione, uno dei protagonisti è stato eletto per assumersi la responsabilità delle decisioni. Ad un tratto gli equilibri sociali si rompono, le rivalità tra le due personalità più forti del gruppo prendono il sopravvento: l'organizzazione dei rapporti interpersonali è rapidamente stravolta, di conseguenza le vicende sull'isola precipitano, fino a rendersi drammatiche. Il comportamento dei ragazzini diventa violento e le azioni riflettono istanze dal carattere tribale: l'atmosefera si rende incandescente, il pericolo pare trasudare dalle pagine di Golding, e le emozioni negative dei protaginisti si sostituiscono al bene comune: i ragazzini (paradossalmente tutti provenienti dalla civilissima Inghilterra) agiscono ora come veri e propri selvaggi. Il romanzo cambia volto e la tensione appare degna di un noir. Trovo il romanzo molto intenso sul piano psicologico, perchè a ben vedere è l'elemento emozionale che scatena la frammentazione sociale dell'intera tragedia narrativa: il gruppo infatti si frantuma quando non riesce più a controllare la paura. Il panico e l'incertezza diventano intollerabili quando cresce il timore di essere assaliti da una belva che nessuno ha mai visto, ma che tutti immaginano, fino a concretizzarsi in una psicosi collettiva, dall'irresistibile suggestione ansiogena. Quanto realistica appare la metafora narrativa del romanzo di Golding, se solo proviamo a confrontare le vicende dell'isola con la nostra società moderna: l'ansia, la paura di essere schiacciati o di impazzire. Il timore di perdere il controllo si traduce nei tempi moderni nell'esigenza di confrontarsi col mostro in prima pagina, di cui si parla e si sparla senza fine e senza meta, con l'implicito scopo di creare un fantomatico nemico, al fine di creare un simulacro di amicizia o un'apparente condivisione. La freddezza affettiva fa da contraltare all'esigenza di anestetizzarsi dalla paura: l'uomo postmoderno appare così lontano dal gesto empatico, che sovente si notano per la strada comportamenti dall'eco antropologico, lontano da qualsivoglia civiltà. La rabbia e l'aggressività, l'egoismo e l'indifferenza: emozioni così comuni da apparire oggi accettabili in una normalità quotidiana priva di senso. Il solipsismo pare ci renda ciechi che brancolano nel buio, pur dotati di occhi e luce. Mi ricordo che un giorno, quando lavoravo come educatore in una comunità per tossicodipendenti e accmopagnavo in macchina un paziente che tornava in sede da una visita medica, il paziente stesso manifestò stupore perchè avevo lasciato la precedenza ad un pedone: quel paziente, di cui ricordo molto bene il nome e le caratteristiche personologiche, mi disse che avrebbe voluto diventare anche lui così calmo da poter un giorno avere la pazienza di lasciare attraversare un pedone. Si trattò di una lezione che probabilmente non esite in uno scaffale intero di enciclopedia: il disagio mentale ci rende chiusi all'altro, incapaci di limitare il nostro ego a vantaggio di chi sta al nostro fianco. Per tornare al romanzo, le pagine di Golding ci consentono di riflettere su quanto sia importante concedersi la possibilità di prendere contatto con le emozioni, questa volta in termini maturi, al fine di non lasciare che la paura prenda il sopravvento sulla razionalità, affinchè il bene comune della collettività non sia lasciato indifeso innanzi alle istanze distruttive presenti nella natura umana.