lunedì 8 aprile 2013

"Un oscuro bisogno di uccidere. Storie nere tra follia e malvagità" (2008) di Massimo Picozzi, Arnaldo Mondadori

Quando ho visto il volume sullo scaffale della libreria, non ho esitato a comprarlo. Alla base dell'acquisto una motivazione personale, la speranza di trovare risposta a quesiti che spesso si pongono nella mia mente quando lavoro come criminologo in carcere. Tutte le volte che incontro qualcuno o qualcuna che ha commesso reati di sangue, la riflessione mi porta su un sentiero senza fine: una vita umana ormai spenta, un'altra vita umana costretta in carcere. Oltre ad avere una funzione retributiva, il carcere serve alla riabilitazione, al recupero del reo, al suo reinserimento sociale. Come psicologo e come criminologo sono interessato a questa seconda funzione del carcere. Il codice deontologico della mia professione mi costringe a cancellare qualsiasi forma di discriminazione: devo essere pronto a instaurare relazioni di aiuto con qualsiasi persona me lo chieda. Ma siamo sicuri che tutto questo abbia ancora senso quando il gesto antisociale ha provocato la morte di un uomo o di una donna? Non ho risposte a questa domanda, se non il senso di inadeguatezza col quale mi confronto innanzi a tragedie di tal genere, tragedie forse più grandi di me. Alla fine, appare obbligata la scelta di assumere un silenzio rispettoso nei confronti di entrambe le parti: dell'autore col quale devo intraprendere una qualche relazione di aiuto e anche della vittima. So che mai avrò la possibilità di conoscerla, se non attraverso gli atti oppure, paradossalmente, da quanto di lei mi dice chi l'ha uccisa. So anche che il gesto non è la persona: sono due entità diverse. Chi sbaglia non è necessariamente una persona sbagliata. Così, mi avvicino alla materia sforzandomi di coltivare quell'umiltà necessaria ad essere efficaci nella relazione di aiuto, perchè in questa dimensione bisogna accantonare il giudizio, quello morale, e lasciare spazio alla comprensione, quella emotiva prima ancora che logico-cognitiva. Sono arrivato alla conclusione che quando più niente è possibile, non ci resta che tacere. Fare un passo indietro e ascoltare, niente di più, niente di meno. Lasciare che le moezioni prendano voce e siano espresse liberamente. A questo punto della mia carriera e delle conclusioni a cui sono giunto, ho aperto il libro di Massimo Picozzi: un criminologo ben più celebre di me e, evidentemente, ben più esperto. Icapitoli del libro sono dedicati a casi clinici che il collega ha trattato come perito di ufficio o di parte. Non c'è un vero e proprio filo logico tra un capitolo e l'altro: l'unico elemento comune sembra essere costituito da quella infaticabile necessità dell'autore di capire se il gesto omicida risponda alla volontà del reo, piuttosto che ad una vera e propria patologia. Infatti, quando la malattia mentale comporta la perdita o anche solo la diminuzione della capacità di intendere e di volere, le misure penali sono rispettivamente annullate oppure diminuite. Del resto, questo è il ruolo dello psichiatra, quando è chiamato in tribunale a valutare l'imputabilità di chi ha commesso il reato. I casi sono tutti descritti in modo molto chiaro. Encomiabile la capacità di Picozzi ad evidenziare il legame (talvolta persino suggestivo) tra le esperienze di vita delle persone da lui osservate e il gesto omicida: in tutte le sue peculiarità, l'omicidio sembra persino determinato da elementi esistenziali di chi lo ha commesso. Un ruolo determinante sembra essere assunto anche dalla relazione che legava l'omicida alla sua vittima, nonchè dalle situazioni contingenti in cui è consumato il gesto fatale. Alla fine del libro, Picozzi si chiede se esiste il male: evidentemente. Evidentemente, anche lui sente il peso di una professione che lo espone alla tragedia umana. La sua risposta è affermativa, come lui stesso dice all'ultimo rigo: "il male esiste". Torno a pensare agli interrogativi che motivavano la mia lettura e mi rendo conto che tale risposta non soddisfa tutte le mie necessità. Il male esiste, certo. Ma cosa possiamo fare una volta che lo abbiamo appurato? Quale risposta immaginare innanzi alla necessità di prevenire quanto più possibile gesti di questo tipo? Io credo che tutta la comunità debba essere stimolata a sviluppare una nuova sensibilità. Come dimostra lo stesso Massimo Picozzi in questo libro così tanto particolare per la sua recrudescenza, tanti e tanti casi di omicidio potrebbero essere evitati se al momento opportuno ci fosse stata la possibilità da parte dell'omicida o della vittima o persino di qualche parente a loro vicini di chiedere aiuto o di ricevere risposte alle richieste formulate. A questo punto non mi resta che parlare del ruolo che potrebbe assumere una rete di comunità più attenta e più sensibile ai propri cittadini, a partire dalla loro tenera età: la scuola, la famiglia, i centri di aggregazione nella loro molteplicità. Quanto sarebbe importante sviluppare un cultura più vicina ai bambini, agli emarginati, alle persone destinate ad un futuro di esclusione sociale. Una cultura dell'accoglienza, dell'ascolto, della legittimazione, della pace, del rispetto reciproco. Quanto sarebbe importante guadagnare il tempo, lo spazio e la cura per ascoltare e per guardare con maggiore intensità gli altri, i nostri vicini di casa, i colleghi, i conoscenti. Levinas ne fa persino un valore etico: l'Altro diventa la bussola di tutti noi, perchè riserviamo loro il trattamento che vogliamo ricevere da loro stessi. La reciprocità come nuova sfida etica e, dico io, sociale. Quanto sarebbe importante sostituire la competizione e l'arrivismo, con la comprensione e l'accettazione. E poi, voglio qui evidenziare quanto potrebbe essere importante l'intensificazione dei servizi sanitari e sociali, al fine di aiutare i mai abbastanza operatori sociali a garantire una presenza più intensa in un territorio che nei tempi moderni sembra essere sempre più abbandonato alle stupide logiche di bilanci economici: stupide perchè dimenticano il valore della salute mentale, che oltre a coinvolgere i professionisti, deve interessare di tutti coloro i quali possono migliorare la qualità di vita dei cittadini.