venerdì 1 aprile 2016

"Resurrezione" di Lev Nikolaevic Tolstoj

Un romanzo affascinante, coinvolgente, pieno di emozioni. Durante la lettura ci si immerge in un mondo intenso, col solo desiderio di scoprire dove vogliono portarci l'Autore e il suo protagonista Nehljudov.
Le immagini che appaiono leggendo il romanzo sono così vivide, che a tratti pare di stare al cinema. 
Le pagine grondano di dolore. La descrizione introspettiva dei personaggi consente una loro conoscenza così profonda, da arrivare a sentire sentimenti di confidenza nei loro confronti. Simpatia e antipatia provate da Neheliudov nel corso della sua esperienza di vitano, diventa la nostra.
Nel complesso l'opera restituisce spiritualità e indignazione nei confronti dei paradossi che l'epoca moderna istituisce nei confronti del popolo indifeso: lo strapotere di classi sociali indifferenti, fredde e distaccate (persino ciniche e tiranne) da una parte, l'emarginato deprivato della dignità di persona dall'altra. Controparti di un contrasto tra classi sociali destinate a rimanere in conflitto tra loro per sempre.
Appare sorprendete scoprire quanto le carceri dell'800 descritte da Tolstoj siano simili alle nostre del 2000: passato più di un secolo, ben poco è cambiato.
Eppure i testi giuridici parlano di diritti fondamentali dell'uomo e di carattere riabilitativo della pena. Oggi, come nell'800, ben poco di tutto ciò si respira quando dalla lettura dei testi, si passa alla realtà: ambienti sporchi, maleodoranti, privi di igiene, assenza di operatori, diritti riservati solo a chi può far sentire la propria voce. Per la maggior parte dei detenuti ospitati negli istituti di oggi, come in quelli di ieri, la normalità è la mancanza di opportunità di un reale reinserimento, esigenze di ogni genere in sovrannumero rispetto alle risorse disponibili per dare risposte concrete. Istituti penitenziari somiglianti più a macelli di persone umane, che a luoghi di rieducazione: la parola suona oggi persino retorica.
La dialettica dell'opinione pubblica si articola sull'implicita considerazione: "chi sbaglia, paga", "chi ha commesso un reato, deve restituire il maltolto". 
La regola di una sistema penale retributivo si è rivelata sbagliata: restituire il maltolto può essere giusto, ma ciò non avviene certo attraverso l'ozio, la noia e l'umiliazione. Privare un detenuto di qualsiasi contatto dai propri cari non è certo riabilitativo. 
Punire, umiliare, offendere la dignità di una persona: tutto ciò aggiunge sofferenza a sofferenza. 
Il nostro sistema penitenziario odierno, come quello di un secolo fa, non fa altro che creare i presupposti per indurre la persona detenuta a sviluppare rabbia e frustrazione: condizioni che inducono a effettuare ulteriori reati.
Eppure vi sono esempi di singolare testimonianza che dimostrano che un carcere diverso sia possibile: si parla di Milano Bollate, Isola di Gorgonia, carcere il Volterra ...  o di singoli progetti particolarmente "illuminati" come il Polo universitario di Prato .... ma tutto ciò è troppo poco a fronte di una massa enorme di detenuti abbandonati a se stessi, a passare anni e anni rinchiusi in cella, spesso senza essere ascoltati o senza effettuare un solo corso di formazione.
Di solito chi scrive parole simili alle mie passa per buonista: la strada è ancora lunga anche su di un piano culturale: intanto "Resurrezione", scritto nel 1899 è un romanzo ancora attuale, da leggere per sviluppare una maggiore sensibilità verso una delle materie più importati dell'epoca moderna.