I libri sono un patrimonio universale, suscitano emozioni, suggeriscono nuove idee e modificano il modo di pensare della comunità intera. Anche un solo libro è da ritenersi parte integrante della nostra cultura. Attraverso la lettura ho scoperto verità che mi hanno profondamente influenzato. Ne parlo in questo blog commentando libri che ho letto per piacere o per lavoro.
martedì 21 agosto 2012
"L'orologiaio di Everton" di Georges Simenon (1954)
Il romanzo, scritto da Georges Simenon nel 1954 (tradotto in italiano nel 2005), ha un sapore noir, ma sarebbe a mio parere riduttivo considerare l'opera come espressione di un solo genere letterario.
Composite sono le chiavi di lettura a cui si presta il racconto, scritto con una particolare attenzione per le emozioni che provano i protagonisti, prima che per le loro vicende.
Il racconto sembra delineare un viaggio introspettivo nei vissuti dei personaggi, da qui la prima associazione con la vita reale: tutti noi ci lasciamo guidare da come interpretiamo i fatti che ci capitano, prima ancora che dai fatti stessi.
L'autore sembra esitare nel procedere col racconto, per dare spazio ad apparenti dettagli ambientali, che provocano l'effetto di tenere il lettore in sospeso.
La lettura è piacevole. I dialoghi sono arricchiti dai silenzi. Gli oggetti, la dislocazione delle case, i colori delle strade. Ogni cosa si integra a formare un intero mondo fenomenologico, ovvero visto oltre la sterile oggettività, attraverso gli occhi di chi guarda.
Il ritmo della lettura sembra trascendere i normali riferimenti temporali: lo stesso respiro del lettore sembra rallentarsi, in sintonia con la narrazione.
Il mistero dei personaggi, spesso dalla personalità scontrosa, chiusa e imprescrutabile, sembra evocare il mistero della conoscenza umana. Come in una dialettica di contrapposti, l'attenzione si focalizza sulla riflessione, il profondo e l'essenziale, lasciando sullo sfondo la banalità, la superficialità e il superfluo. Mentre si legge l'opera viene quasi spontaneo chiedersi: come mi sarei sentito io al suo posto? I personaggi all'interno del racconto diventano termini di confronto con se stessi: ciò che di più intimo appartiene ai personaggi, l'anima, viene qui reso esplicito, delicatamente, e oggettivato con semplicità, attraverso i dialoghi, ma anche attraverso le vicende che articolano la storia dei personaggi stessi.
Il tema principale del romanzo riguarda la relazione tra genitori e figli.
C'è un interrogativo che sembra risuonare ossessivamente. Siamo sicuri di conoscere i nostri figli? E se improvvisamente il loro comportamento apparisse imprevedibile e la loro stessa natura dovesse assumere i caratteri di una mostruosità che mai prima di allora avesse destato il minimo sospetto?
Su di un piano filosofico il tema evoca l'etica di Levinas, secondo la quale la conoscenza dell'Altro è una vera e propria illusione. Mai potremo conoscere veramente chi vive al nostro fianco. Da qui l'indicazione che ci si comporta in modo etico quando si agisce come ci si aspetterebbe che gli altri si comportassero con noi, all'interno di un reciproco patto di alterità.
Ma un'altra riflessione mi piace qui proporre, questa volta di matrice psicologica: il protagonista del romanzo, il padre, non è riuscito a sviluppare un dialogo col figlio, è convinto di conoscerlo meglio di chiunque altro in un rapporto esclusivo, fondato su gesti e movimenti ripetuti invariabilmente nel corso degli anni, fino a divenire prevedibili, per non dire scontati.
L'abitudine in famiglia e nelle relazioni affettive: l'argomento insinua a mio avviso la trappola in cui cascano molte famiglie.
Nella professione di psicologo incontro persone che chiedono di essere aiutate e mi riferiscono che hanno perso l'abitudine di parlare: in famiglia troppo spesso gli impliciti si sostituiscono alla relazione. Sembra che la collettività sia affetta da un'epidemia che minaccia la capacità di dialogare, mettendo in crisi quella sana curiosità di interesse reciproco, che dovrebbe invece motivare le famiglie a rimanere unite.
Incontro interi nuclei familiari che si lasciano così sopraffare da quella quotidianità, noiosa e ripetitiva, foriera di un disinteresse reciproco che spalanca le porte ad una pesante sensazione di infelicità. Quante volte ci sentiamo soli in casa nostra? Quante volte abbiamo la sensazione di non essere capiti e di tirare avanti in famiglia senza alcuna motivazione a introdurre un qualche cambiamento nelle abitudini di casa?
Il consiglio che mi sento di dare alle persone che chiedono il mio parere è di imparare a non dare per scontato neanche le minime attenzioni nei confronti delle persone a cui teniamo, coltivare ogni giorno un sincero interessamento, senza rinunciare a nostra volta ad esporre i nostri vissuti, desideri, aspettative. Parola d'ordine: dialogoare! Trarre spunto da qualsiasi cosa, pur di dialogare. Parlare, raccontare e non rinunciare mai a tale obiettivo, neanche davanti alle persistenti resistenze dei figli adolescenti, piuttosto che dei mariti/mogli stanchi per il lavoro.
E poi, dall'altra parte, valorizzare il gesto di attenzione effettuato da chi sta vicino a noi. Capita che le persone non siano soddisfatte di una determinata attenzione, solo se questa è stata esplicitamente chiesta. Insomma: mi hai comprato i fiori o mi hai fatto il regalo di compleanno, ma se te l'ho chiesto non vale. Secondo il mio parere, in questo modo si rischia di ingaggiare una reciproca sequela di rivendicazioni e aspettative deluse, che si finisce per cadere presto in un baratro di rancori e pesanti fardelli relazionali.
Naturalmente capisco anche la logica che sottende tal genere di aspettative, perchè se qualcuno si accorge di noi, senza che noi gli indichiamo dove siamo con i nostri desideri, ci sentiamo compresi, da qui la sfida di cogliere al volo il bisogno dell'altro e agire spontaneamente d'anticipo.
Tuttavia credo che esista un'altra sfida, complementare: andare oltre la miope rivendicazione dei propri desideri personali: rendere esplicito il sottinteso e oggettivare ció che insieme ci puó rendere felici, nella fiducia che il clima familiare vada curato anche attraverso la capacità di cedere qualcosa di sè a beneficio dell'intera famiglia.
In conclusione, il romanzo dimostra una particolare sensibilità dell'autore per quel mondo sterminato che riguarda le emozioni e i vissuti delle persone. Quanto emerge delle personalità dei personaggi è tutt'altro che scontato, sebbene sempre coerente. Il romanzo quindi può essere letto con l'intento di cogliere quali drammi possono conseguire alla carenza di dialogo in famiglia.
Consiglio di leggere il romanzo a chiunque.
lunedì 13 agosto 2012
"Post office" di Charles Bukowski (1971)
Il romanzo narra le vicende del protagonista, Chinaski: dalla personalità libera, il suo smodato stile di vita contrasta con una cultura americana degli anni '70, fin troppo perbenista, giudicante e omologante. Se da una parte il Chinaski ama trascorrere nottate intere passate in compagnia di donne e fiumi di alcol, dall'altra parte le sue indomabili inclinazioni si scontrano con i turni lavorativi delle poste presso le quali lavora. Diciamolo: chi non vorrebbe essere, anche solo per una sola notte, come il nostro Chinaski? Il protagonista non può che suscitare simpatia al lettore: è vivo, nel senso che ha il coraggio di viversi le contraddizioni della vita fino all'ultima emozione, costi quel che costi. Questa è una qualità apprezzabile se l'alternativa è quella di rimanere intrappolati nelle ipocrisie del perbenista, piuttosto che nei pregiudizi del moralista.
Il romanzo può essere letto come una ottima metafora del difficile equilibrio che tutti noi sperimentiamo tra le libertà individuali e i condizionamenti sociali. Naturalmente io faccio il tifo per le prime e osteggio le seconde. Da questo punto di vista mi sentirei di consigliare il romanzo a chi ha delle difficoltà ad assecondare le proprie emozioni per un senso del dovere un po' troppo rigido oppure per un'adesione fin troppo stereotipata e dogmatica ai dettami moralisti.
Tuttavia la lettura del romanzo suscita in me una riflessione dalla quale non posso esimermi: con tutta la comprensione delle persone rimaste vittime delle pastoie dell'alcol, trovo che il romanzo sia ambivalente circa l'impiego di tutte le sostanze psicoattive. Troppo poco chiara mi è apparsa la sottolineatura dei rischi che l'alcol comporta per la salute delle persone. Vero è che uno dei personaggi del romanzo muore a causa dell'alcol, e tutto ciò basterebbe per il messaggio ai lettori, tuttavia fin troppo mitizzata mi pare l'immagine riservata dall'autore del romanzo alle bevute e agli stravolgimenti da esse provocate in termini di intossicazione acuta.
Il romanzo può essere letto come una ottima metafora del difficile equilibrio che tutti noi sperimentiamo tra le libertà individuali e i condizionamenti sociali. Naturalmente io faccio il tifo per le prime e osteggio le seconde. Da questo punto di vista mi sentirei di consigliare il romanzo a chi ha delle difficoltà ad assecondare le proprie emozioni per un senso del dovere un po' troppo rigido oppure per un'adesione fin troppo stereotipata e dogmatica ai dettami moralisti.
Tuttavia la lettura del romanzo suscita in me una riflessione dalla quale non posso esimermi: con tutta la comprensione delle persone rimaste vittime delle pastoie dell'alcol, trovo che il romanzo sia ambivalente circa l'impiego di tutte le sostanze psicoattive. Troppo poco chiara mi è apparsa la sottolineatura dei rischi che l'alcol comporta per la salute delle persone. Vero è che uno dei personaggi del romanzo muore a causa dell'alcol, e tutto ciò basterebbe per il messaggio ai lettori, tuttavia fin troppo mitizzata mi pare l'immagine riservata dall'autore del romanzo alle bevute e agli stravolgimenti da esse provocate in termini di intossicazione acuta.
So di rendermi impopolare con le parole che sto per scrivere, tuttavia come psicologo e come esperto di trattamento delle problematiche alcol-correlate lo devo qui dichiarare con chiarezza: l'alcol uccide e provoca danni alla salute, la cui gravità è propozionata alla quantità di alcol assunto.
Come insegna Hudolin, sta nella responsabilità di ciascuno di noi bere il meno possibile.
Come insegna Hudolin, sta nella responsabilità di ciascuno di noi bere il meno possibile.
Ho conosciuto fin troppe persone che hanno gettato la propria vita in una bottiglia, con irrimediabili conseguenze per la salute personale e per il benessere di interi nuclei familiari. Come criminologo ho visto fin troppi omicidi provocati dall'assunzione di alcol e dalla conseguente diminuzione del controllo che l'alcol comporta in momenti di ira o in conflitti personali.
Vogliamo parlare degli incidenti stradali? Molte persone non sono ancora sufficientemente sensibili sui pericoli che l'alcol comporta se assunto anche in modica quantità prima di guidare.
Purtroppo molti cittadini, adulti e adolescenti, sono convinti che senza l'alcol non è possibile stare bene. In realtà la felicità non è nella sostanza, ma nella vita.
Ancora alune riflessioni sull'alcol. Come rendersi conto se il nostro bere è problematico? Posso ritenere che qualcosa non va quando all'alcol si chiede di rispondere a esigenze che vadano oltre la semplice bevuta: bevo per sentirmi meglio, per tirarmi su, per facilitare il mio approccio alla vita, per affogare i miei dolori. Ancora, mi devo chiedere se il mio bere si problematico quando non posso fare a meno di quella determinata bevuta quotidiana, mentre cucino oppure mentre mangio, mentre avvicino una possibile partner oppure mentre studio, ecc. ecc.
Volete provare un semplice test teso a saggiare il livello di problematicità del vostro bere? Provate a privarvi dell'alcol per un certo periodo di tempo, per sempio per una settimana, ed osservate le conseguenze su voi stessi e sui vostri amici, parenti e conoscenti. Vi renderete conto che il bere è molto più pervasivo nel nostro stile di vita di quanto immaginiate.
Volete provare un semplice test teso a saggiare il livello di problematicità del vostro bere? Provate a privarvi dell'alcol per un certo periodo di tempo, per sempio per una settimana, ed osservate le conseguenze su voi stessi e sui vostri amici, parenti e conoscenti. Vi renderete conto che il bere è molto più pervasivo nel nostro stile di vita di quanto immaginiate.
Consigli per chi si rendesse conto di essere incatenato in un'assunzione problematica di alcol? rivolgersi ad uno specialista delle problematiche alcol-correlate (i servizi pubblici dedicati alla materia si chiama Ser.T., ogni città ne dispone di una intera rete) e trovare gruppi di sostegno, siano essi Alcolisti Anonimi (A.A.) piuttosto che Club di Alcolisti in Trattamento (C.A.T.).
Per tornare al libro e alla simpatia che suscita il protagonista, mi chiedo se sia così necessario esporre la propria vita a tanti pericoli. Io credo che la scommessa sia proprio questa: non tiriamoci indietro, impariamo a godere di quanto ci capita, troviamo il coraggio di andare fino in fondo alla nostra vita, giorno per giorno, come fosse sempre l'ultimo istante, amiamo con tutti noi stessi i nostri cari, dedichiamoci al cento per cento alle nostre passioni, respiriamo a pieni polmoni l'aria che ci piace, nutriamo i nostri cervelli dei libri che ci fanno impazzire, esponiamoci alla musica che ci fa sobbalzare ed emozionare. Guardiamo i film che ci fanno sognare, dedichiamoci alle persone che ci fanno sentire desiderati, importanti, amati. Corteggiamo la persona che ci stimola la fantasia: con coraggio, accettiamo il rischio del rifiuto, ma non rinunciamo a metterci in gioco nella fantastica giostra delle relazioni affettive. Rendiamoci plastici, pieghiamoci con umiltà a qualsiasi situazione e mettiamo da parte i nostri ruoli istituzionali. Preferiamo la semplicità alla complessità: i veri grandi sono umili. Non diamo per scontato anche il più semplice "ti voglio bene" dei nostri figli, guardiamo con curiosità tutto ciò che ci capita intorno e non stanchiamoci di riflettere, ragionare, confrontarci. Impariamo dagli altri, chiunque essi siano. Cerchiamo di calarci nei loro vissuti. Chiediamoci, incantati dalla vita, cosa possiamo prendere dall'esperienza, qualsiasi essa sia, bella o brutta che appaia: niente è mai perduto, tutto è guadagnato. Gridiamo all'intero mondo quanto stiamo provando, condividiamo le nostre emozioni, impariamo a godere di una semplice cortesia ricevuta o donata, sviluppiamo l'occhio della comprensione e chiudiamo quello del pregiudizio (Carl Rogers esprimeva il desiderio di imparare ad ascolatare le persone fino a non provare la necessità di giudicarle). Preferiamo l'indulgenza alla condanna. Censuriamo ogni forma di violenza, di sopruso e di condizionamento. Promuoviamo la libertà. La vita fluisce nelle nostre vene giorno per giorno, il cuore batte senza mai smettere, la respirazione soddisfa i nostri polmoni senza che noi ce ne accorgiamo: appreziamo anche solo i ritmi del nostro corpo, che autonomamente ci consente di piangere e gioire. Rivolgiamoci col sorriso alle persone che incontriamo per strada e prendiamo sul serio le persone che scelgono di confidarci qualcosa di loro. Un segreto, raro come l'oro, brilla nel buio come un diamante, se sappiamo solo tutelarlo con rispetto di chi lo ha confidato con timidezza. Comunichiamo con chiunque, apriamoci alla vita. Cerchiamo di evitare l'esposizione a sostanze e attività che possono impedirci tutto questo.
In conclusione: siamo felici, giocamoci la vita senza metterla in pericolo.
Per tornare al libro e alla simpatia che suscita il protagonista, mi chiedo se sia così necessario esporre la propria vita a tanti pericoli. Io credo che la scommessa sia proprio questa: non tiriamoci indietro, impariamo a godere di quanto ci capita, troviamo il coraggio di andare fino in fondo alla nostra vita, giorno per giorno, come fosse sempre l'ultimo istante, amiamo con tutti noi stessi i nostri cari, dedichiamoci al cento per cento alle nostre passioni, respiriamo a pieni polmoni l'aria che ci piace, nutriamo i nostri cervelli dei libri che ci fanno impazzire, esponiamoci alla musica che ci fa sobbalzare ed emozionare. Guardiamo i film che ci fanno sognare, dedichiamoci alle persone che ci fanno sentire desiderati, importanti, amati. Corteggiamo la persona che ci stimola la fantasia: con coraggio, accettiamo il rischio del rifiuto, ma non rinunciamo a metterci in gioco nella fantastica giostra delle relazioni affettive. Rendiamoci plastici, pieghiamoci con umiltà a qualsiasi situazione e mettiamo da parte i nostri ruoli istituzionali. Preferiamo la semplicità alla complessità: i veri grandi sono umili. Non diamo per scontato anche il più semplice "ti voglio bene" dei nostri figli, guardiamo con curiosità tutto ciò che ci capita intorno e non stanchiamoci di riflettere, ragionare, confrontarci. Impariamo dagli altri, chiunque essi siano. Cerchiamo di calarci nei loro vissuti. Chiediamoci, incantati dalla vita, cosa possiamo prendere dall'esperienza, qualsiasi essa sia, bella o brutta che appaia: niente è mai perduto, tutto è guadagnato. Gridiamo all'intero mondo quanto stiamo provando, condividiamo le nostre emozioni, impariamo a godere di una semplice cortesia ricevuta o donata, sviluppiamo l'occhio della comprensione e chiudiamo quello del pregiudizio (Carl Rogers esprimeva il desiderio di imparare ad ascolatare le persone fino a non provare la necessità di giudicarle). Preferiamo l'indulgenza alla condanna. Censuriamo ogni forma di violenza, di sopruso e di condizionamento. Promuoviamo la libertà. La vita fluisce nelle nostre vene giorno per giorno, il cuore batte senza mai smettere, la respirazione soddisfa i nostri polmoni senza che noi ce ne accorgiamo: appreziamo anche solo i ritmi del nostro corpo, che autonomamente ci consente di piangere e gioire. Rivolgiamoci col sorriso alle persone che incontriamo per strada e prendiamo sul serio le persone che scelgono di confidarci qualcosa di loro. Un segreto, raro come l'oro, brilla nel buio come un diamante, se sappiamo solo tutelarlo con rispetto di chi lo ha confidato con timidezza. Comunichiamo con chiunque, apriamoci alla vita. Cerchiamo di evitare l'esposizione a sostanze e attività che possono impedirci tutto questo.
In conclusione: siamo felici, giocamoci la vita senza metterla in pericolo.
giovedì 19 luglio 2012
"Una vita violenta" di Pier Paolo Pasolini (1959)
Da considerarsi un classico della letteratura italiana, "Una vita violenta" coglie le radici di una cultura emarginante, una collettività responsabile di fenomeni sociali forieri di discriminazione e devianza.
Il romanzo di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 - Ostia, 1975) narra la storia del piccolo Tommaso, che con la sua personalità suscita un intero ventaglio di emozioni: dalla tenerezza, alla rabbia, l'orrore, la delusione, il rifiuto, la voglia di riscatto, le aspettative deluse, la tristezza, l'orgoglio.
La storia del romanzo si ambienta nel dopoguerra, tuttavia può essere considerata attuale per le difficoltà che ostacolano i giovani e la loro realizzazione personale.
La violenza è l'elemento comune all'intera esperienza esistenziale del protagonista e del contesto sociale in cui cresce: una violenza sottoculturale, che risponde a diverse necessità, come strumento di difesa, ma anche come mezzo di divertimento. La prevaricazione appare esercitata con una tale facilità, che il lettore rimane sbalordito, col fiato sospeso per la non curanza delle conseguenze di tanta aggressività.
Pensando alla storia di Pier Paolo Pasolini e al suo tragico epilogo, non si può fare a meno di sobbalzare sulla sedia leggendo in numerose pagine del romanzo episodi che si sono poi realizzati nella realtà, fino a cagionare la morte dell'autore.
Quali le cause peculirari di tale condotta?
Il romanzo spinge il lettore a riflettere su alcune teorie criminologiche. Secondo la teoria della deprivazione relativa, quando i giovani meno abbienti si confrontano con gli altri più fortunati, provano un sentimento di rivalità scaturito dalle diverse opportunità dei due gruppi nella realizzazione personale: tale differenza provoca una rabbia che finisce per tradursi in agiti devianti. Secondo la teoria sottoculturale, la devianza giovanile invece è un prodotto della condivisione di valori violenti tra giovani che appartengono al medesimo ceto sociale e che finiscono per identificarsi nelle loro condotte di ribellione alla così detta società civile, dalla quale si sentono invece rifiutati. La violenza diventa quindi veicolo di idenità personale, tolta la quale il giovane si sente inadeguato sul piano relazionale e sociale.
Chiaramente la materia rappresenta una vera e propria sfida per l'intera collettività, in primo luogo per la scuola e per i servizi sociali territoriali.
Come psicologo devo purtroppo constatare che ancora oggi i giovani esposti a maggiore probabilità di emarginazione sono coloro i quali provengono da famiglie meno facoltose e costrette a vivere ai margini della collettività, pertanto, con minori probabilità di accedere a percorsi formativi idonei a introdursi a pieno titolo nella così detta società civile.
Il romanzo di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 - Ostia, 1975) narra la storia del piccolo Tommaso, che con la sua personalità suscita un intero ventaglio di emozioni: dalla tenerezza, alla rabbia, l'orrore, la delusione, il rifiuto, la voglia di riscatto, le aspettative deluse, la tristezza, l'orgoglio.
La storia del romanzo si ambienta nel dopoguerra, tuttavia può essere considerata attuale per le difficoltà che ostacolano i giovani e la loro realizzazione personale.
La violenza è l'elemento comune all'intera esperienza esistenziale del protagonista e del contesto sociale in cui cresce: una violenza sottoculturale, che risponde a diverse necessità, come strumento di difesa, ma anche come mezzo di divertimento. La prevaricazione appare esercitata con una tale facilità, che il lettore rimane sbalordito, col fiato sospeso per la non curanza delle conseguenze di tanta aggressività.
Pensando alla storia di Pier Paolo Pasolini e al suo tragico epilogo, non si può fare a meno di sobbalzare sulla sedia leggendo in numerose pagine del romanzo episodi che si sono poi realizzati nella realtà, fino a cagionare la morte dell'autore.
Quali le cause peculirari di tale condotta?
Il romanzo spinge il lettore a riflettere su alcune teorie criminologiche. Secondo la teoria della deprivazione relativa, quando i giovani meno abbienti si confrontano con gli altri più fortunati, provano un sentimento di rivalità scaturito dalle diverse opportunità dei due gruppi nella realizzazione personale: tale differenza provoca una rabbia che finisce per tradursi in agiti devianti. Secondo la teoria sottoculturale, la devianza giovanile invece è un prodotto della condivisione di valori violenti tra giovani che appartengono al medesimo ceto sociale e che finiscono per identificarsi nelle loro condotte di ribellione alla così detta società civile, dalla quale si sentono invece rifiutati. La violenza diventa quindi veicolo di idenità personale, tolta la quale il giovane si sente inadeguato sul piano relazionale e sociale.
Chiaramente la materia rappresenta una vera e propria sfida per l'intera collettività, in primo luogo per la scuola e per i servizi sociali territoriali.
Come psicologo devo purtroppo constatare che ancora oggi i giovani esposti a maggiore probabilità di emarginazione sono coloro i quali provengono da famiglie meno facoltose e costrette a vivere ai margini della collettività, pertanto, con minori probabilità di accedere a percorsi formativi idonei a introdursi a pieno titolo nella così detta società civile.
Il contesto familiare e sociale in cui i giovani nascono si rivelano spesso delle profezie che si auto-avverano e che finiscono per condannare il bambino, futuro adulto, ad una qualità di vita proporzionata alle proprie origini.
Troppi pochi sforzi e investimenti sono elargiti per diffondere eguali probabilità di benessere a tutti gli strati della collettività.
Il romanzo di Pasolini assume a tratti le sembianze di una ricerca sociale partecipata. Lo consiglio a tutti, ma soprattutto ai lettori in età adolscenziale.
mercoledì 18 aprile 2012
"Carl Rogers. Un rivoluzionario silenzioso" di Carl R. Rogers e David Russell. Edizioni La Meridiana (2006)
Carl Rogers (1902 - 1987) è uno psicologo statunitense che col suo approccio psicoterapico centrato sulla persona ha rivoluzionato l'intera disciplina delle relazioni di aiuto. In questo libro Rogers è intervistato dal giornalista David Russell, ripercorrendo l'intera sua vita, sin dalle sue origni, fino a pochi mesi prima di morire.
Il libro è quindi un percorso autobiografico che spiega come nasce la scuola di pensiero di Carl Rogers.
Per me si tratta di uno dei libri più importanti dell'intera mia professione, per non dire della mia vita. Applico la teoria di Rogers ogni giorno e negli ambiti più estremi della sofferenza umana. Con Rogers, la persona è messa al centro di ogni attenzione: a lei è restituita la dignità di esistere e di trovare le risorse per un benessere smarrito nel corso degli anni. Rogers restituisce all'uomo il diritto di essere se stesso. Tutti noi siamo abituati ad essere giudicati e, di conseguenza, ci sentiamo etichettati da una società eccessivamente prestazionale, che non ha mai abbastanza tempo o voglia o interesse ad ascoltarci o a comprendere la nostra prospettiva. Con Rogers tutto questo cambia direzione: finalmente si valorizzano le emozioni soggettive, per una vita piena di responsabilità e di libertà. Con l'approccio centrato sulla persona si aiutano gli emarginati a recuperare il senso della colletività e l'esercizio di un potere personale che contrasta la sopraffazione di poteri terzi che hanno tutti gli interessi economici e politici di prevaricare.
Consiglio il libro a tutti, specie in questi anni di grande crisi economica e politica e di troppo facili derive pessimiste, non perchè il libro possa solo alzare l'umore, ma perchè aiuta a comprendere che un'altra società è possibile, se solo si valorizzano gli individui che la compongono.
Questa è la ragione che mi motiva ogni giorno a schierarmi al fianco dell'emarginato, l'indifeso, il sofferente di mente, anche con interventi gratuiti o, comunque a bassissimo costo, per restituire a tutti la possibilità di trovare benessere. Lavoro con la convinzione che tutti dobbiamo assumerci la responsabilità di contribuire al cambiamento.
Suggeriso il seguente video Alberto Zucconi, allievo di Rogers e fondatore (insieme a Rogers stesso) dell'Istituto dell'Approccio Centrato sulla Persona, di cui è tutt'oggi presidente: il video è un ulteriore approfondimento sul contributo che Rogers ha prommosso nella società moderna.
domenica 25 marzo 2012
"Sostiene Pereira" (1994) di Antonio Tabucchi, edizione Feltrinelli
Premiato col Campiello, ricordo di aver letto il libro a voce alta, insieme a mia moglie. Un po' leggevo io, un po' leggeva lei e quasi litigavamo, perchè entrambi volevamo leggere: ad ascoltare ci si distraeva e non volevamo perdere una sola parola. Ci siamo fatti un sacco di risate.
Pereira è un giornalista anziano, dal temperamento mite e dai modi gentili e generosi. Ormai ripiegato su se stesso, è arrivato ad un età in cui il futuro lascia il posto ai ricordi.
Il suo umore è appesantito dalla perdita della moglie, con la quale ha condiviso una vita intera, pertanto, ovunque si rechi, porta dietro con sè la sua fotografia.
Segretamente intrattiene un dialogo con quella foto. Un dialogo immaginario? Reale? Sicuramenta struggente.
Una vita monotona, il cui decorso è cambiato dall'ingresso in scena di un giovane collega. Non voglio svelare l'intera trama del libro.
La lettura sembra incalzata dall'incessante ripetizione della medesima costruzione delle frasi: "Sostiene Pereira .... ". In questo modo si parla al presente, pur riferendosi a eventi successi indietro nel tempo. L'espediente letterario impone sentimenti di tenera nostalgia, che tuttavia non pare mai cedere al rimpianto. Anche l'ironia è espressa con eleganza, tutt'altro che banale. Colpisce l'assoluta centralità del protagonista, che vede il mondo con gli occhi e con la saggezza di un anziano, a cui non puoi non volere bene.
Nel complesso la lettura risulta piacevole.
Addio Antonio, io e mia moglie ti porteremo sempre nei nostri cuori.
sabato 24 marzo 2012
"Novecento" (1994) di Alessandro Baricco, edizioni Feltrinelli
Lo confesso, io ho un debole per la scrittura di Alessandro Baricco: sono grato all'autore, perché mi ha fatto appassionare alla lettura
dei romanzi. Dopo tanti anni ricordo ancora con piacere la sua trasmissione televisiva Pickwick, che sucitò in me il
desiderio di abbandonarmi ai libri, di concedermi quelle parentesi
esistenziali stampate sulle pagine, lontano dal mondo, ma così
ricche del mondo stesso.
Novecento è un neonato abbandonato e cresciuto nella stiva di una nave, adottato da un marinaio addetto alla macchina-motore. Diventa grande e impara a suonare il pianoforte. In quella nave, lontano dall'influenza di altri musicisiti, Novecento sviluppa un suo stile personale, riesce a suonare in modo così originale, che presto anche sulla terra ferma si inizia a parlare di lui. Col tempo, il misterioso musicista diventa una vera e propria attrazione, tanto che qualcuno si imbarca solo per conoscerlo e sentirlo suonare dal vivo. Nessuno riesce a capire di che genere si tratti, da qui il celebre motto
di Baricco: se non sai che musica è, quella musica è jazz.
Come può crescere un bambino in una nave, senza genitori, adottato da un marinaio e circondato da turisti e viaggiatori? I suoi compagni di vita sono persone sempre diverse, ma tutte caratterizzate dal medesimo entusiasmo di una nuova vita: l'America.
Durante la lettura, le emozioni si traducono con estrema semplicità in vere e proprie sensazioni: le onde del mare accompagnano il ritmo del pianoforte in quella musica di Novecento.
Nel corso del mio lavoro e, in particolare, delle sedute di psicoterapia, penso spesso a Novecento, perchè in quest'opera c'è un aneddoto, che tuttavia non voglio qui rivelare, per non rovinare la sorpresa a chi intende leggere l'opera. Ebbene, secondo me quell'aneddoto può essere letto come una metafora esistenziale: le persone che si recano nel mio studio di psicoterapia, mi dimostrano ogni giorno quanto sia complessa la vita. La ricchezza che essa riserva a ciascuno di noi, ci mette nella condizione di dover fare delle scelte. Spesso le scelte si escludono a vicenda: se preferisco un'opzione, devo necessariamente abbandonare tutte le altre possibilità. Il senso del limite che ne consegue può spaventare: qualche volta non si può tornare sui propri passi. Non c'è niente da fare: scegli e rinunci a tutto il resto. Se non scegli, non vivi.
Come scegliere quando non si trova la fiducia di selezionare e il coraggio di abbandonare tutto il resto? Si tratta di un quesito che trovo accentuato nelle persone che soffrono di disturbi dell'umore, l'ansia, la depressione, talvolta fino a sfociare su versanti più strutturati dei veri e propri disturbi della personalità di tipo ossessivo compulsivo.
Insieme a queste persone cerchiamo di recuperare quella fiducia di possedere la naturale capacità di scegliere il meglio per se stessi. Una capacità che sottende la sopravvivenza dell'individuo e, di conseguenza, della specie intera. Si tratta di un vero e proprio patto con la vita, che le persone più fortunate hanno l'opportunità di costruire nel corso dello sviluppo, quando sono seguite da genitori attenti, premurosi, generosi nelle cure. Sentirsi amato, stimato, incoraggiato ad affrontare sempre nuovi traguardi: tutto questo getta le fondamenta per lo sviluppo dell'autostima. Quando la persona, invece, cresce in una famiglia abbandonica, il suo sviluppo è pervaso da una serie di insicurezze e dalla necessità di ricevere conferme dagli altri. Con queste persone è necessario effettuare un percorso di cura, talvolta lungo e doloros, ma possibile, per raggiungere nuovi orizzonti e, soprattutto, per prendere quota una volta per tutte in termini di benessere.
Come scegliere quando non si trova la fiducia di selezionare e il coraggio di abbandonare tutto il resto? Si tratta di un quesito che trovo accentuato nelle persone che soffrono di disturbi dell'umore, l'ansia, la depressione, talvolta fino a sfociare su versanti più strutturati dei veri e propri disturbi della personalità di tipo ossessivo compulsivo.
Insieme a queste persone cerchiamo di recuperare quella fiducia di possedere la naturale capacità di scegliere il meglio per se stessi. Una capacità che sottende la sopravvivenza dell'individuo e, di conseguenza, della specie intera. Si tratta di un vero e proprio patto con la vita, che le persone più fortunate hanno l'opportunità di costruire nel corso dello sviluppo, quando sono seguite da genitori attenti, premurosi, generosi nelle cure. Sentirsi amato, stimato, incoraggiato ad affrontare sempre nuovi traguardi: tutto questo getta le fondamenta per lo sviluppo dell'autostima. Quando la persona, invece, cresce in una famiglia abbandonica, il suo sviluppo è pervaso da una serie di insicurezze e dalla necessità di ricevere conferme dagli altri. Con queste persone è necessario effettuare un percorso di cura, talvolta lungo e doloros, ma possibile, per raggiungere nuovi orizzonti e, soprattutto, per prendere quota una volta per tutte in termini di benessere.
Ai lettori l'invito di leggere il libro e scoprire l'aneddoto a cui faccio riferimento.
domenica 18 marzo 2012
"Stabat mater" di Tiziano Scarpa, Einaudi (2008)
Lo trovo bellissimo, per la sua potenza emotiva e per la raffinatezza lessicale.
Si tratta della storia di una bambina cresciuta in un istituto, dove impara a suonare, insieme alle sue compagne. Tra i maestri e compositori dell'Ospitale compare il celebre Vivaldi, che ha realmente lavorato nell'Istituto in cui si ambienta il romanzo. L'opera è frutto della fantasia dell'autore, ma ispirata ad una realtà tristemente vera: si tratta dell'Ospedale della Pietà a Venezia, che insieme ad altri Istituti della repubbica veneziana, dava l'opportunità ai minori abbandonati di crescere con un arte o un mestiere, al fine di avere quelle abilità per inserirsi da grandi nella società. In postfazione l'autore spiega di essere nato proprio nei locali che in antichità cosituivano il collegio in cui erano state cresciute quelle bambine e aveva lavorato anche Antonio Vivaldi: il filo rosso che lega l'autore nel tempo ad una realtà così triste, ma al contempo così preziosa, costituisce l'ipirazione del romanzo.
L'opera è un diario nel quale la protagonista, una bambina ospitata nell'istituto, intrattiene un dialogo con la propria mamma immaginaria. L'autore mostra tutta la sua abilità a tracciare i pensieri introspettivi di una bambina lasciata da sola con le sue angosce abbandoniche e cresciute nella fredda omologazione di un Istituto. La solitudine e le fantasie di morte che ne conseguono sono in primo piano per l'intera opera. Il racconto si sviluppa secondo l'esperienza soggettiva della protagonista, la cui esistenza è accompagnata dal ritmo di una continua dicotomia tra il suonare senza essere vista, il silenzio e la comunicazione, l'io e gli altri, l'Istituto e la società esterna, la vita e la morte.
La musica non è solo un sottofondo, una sorta di colonna sonora, ma diventa strumento di dialogo tra la bambina e il mondo circostante, e finisce per veicolare la crescita e la maturazione emotiva della protagonista.
Il romanzo è struggente, nel corso della lettura mi sono confrontato col desiderio di proteggere quella bambina e con la voglia di confrontarmi con quelle suore, che applicavano metodi educativi assai discutibili, evidentemente in linea con la pedagogia dell'epoca.
Vincitore del Premio Strega 2009, consiglio il libro a tutti, ma in special modo agli operatori della scuola o comunque a chi lavora o vive a contatto con i bambini. Lo consiglio anche ai genitori adottivi e alle coppie affidatarie.
Una curiosità: Tiziano Scarpa che legge pagine del suo "Stabat Mater"
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