mercoledì 8 maggio 2019

"Diario di Zlata" di Zlata Filipovic, 1994

Correvano i primi anni '90. Mentre io studiavo all'Università, una bambina di nome Zlata veniva privata della sua infanzia a causa della guerra.
In genere pensiamo alle guerre come eventi sepolti nelle pagine gialle di storia. Invece io ricordo quella guerra. Ho visto alcune immagini attraverso i telegiornali, ma nessuna TV è in grado di mostrare tutta la tragedia in atto, forse anche perché siamo tristemente assuefatti alla violenza trasmessa dai tubi catodici.
Zlata era una bambina normalissima, felice, curiosa, intelligente e perspicace. Amava la musica, suonava il pianoforte e adorava la scuola. Avrebbe anche lei voluto avere la sola preoccupazione di soddisfare le aspettative degli adulti che contribuivano alla sua educazione.
Invece la stanza che ospitava il pianoforte di Zlata è diventata improvvisamente pericolosa, perché esposta ai cecchini. Ancora bambina, Zlata si è confrontata con bombe, morti, palazzi distrutti e la sua città ridotta a macerie: Sarajevo, che soli pochi anni prima era stata rimessa a nuovo per via delle Olimpiadi.
Quando Zlata ha iniziato a scrivere il suo diario, mai avrebbe potuto immaginare che stava scrivendo un documento storico.
Per fortuna Zlata è sopravvissuta insieme ai suoi genitori. Ma la sua infanzia non le sarà mai restituita.

giovedì 21 febbraio 2019

"Il giudice che scopre il carcere" di Cristina Bassi e Luca Fazzo, tratto dalla rivista Ristretti 19 febbraio 2019

E' impressionante quanto poche parole possano descrivere così chiaramente l'ambiente del carcere nella sua infinita complessità.
Un giudice visita a fine carriere il carcere nel quale ha costretto i suoi condannati per 17 anni. Finalmente ha dato uno sguardo alle celle e alle condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti.

Lavoro in carcere dal 2003 come psicologo. I testi giuridici parlano della inalienabile funzione trattamentale della pena, ma la realtà penitenziaria rende le pena solo umiliante, infatti lì dentro non funziona praticamente  niente: non c'è igiene, pochissime le iniziative formative, praticamente assente il lavoro. La maggior parte dei detenuti si annoia giorno e notte.
Gli operatori penitenziari fanno i salti mortali per garantire il minimo sindacale.
Ovviamente la materia è politica. Senza i necessari investimenti, non è possibile organizzare niente  di concreto.
Ebbene, sarebbe bello sapere che i nostri giudici fossero più consapevoli di tutto ciò e ancora più bello sarebbe sapere che gli ambienti penitenziari fossero maggiormente aderenti al mandato costituzionale della funzione della pena.
Ecco il link dell'articolo a cui faccio riferimento: Il giudice scopre il carcere

lunedì 4 febbraio 2019

"La compagnia del cigno" serie televisiva RAI1

L'idea era buona: le vite di 7 adolescenti si intrecciano in conservatorio nel corso di una quotidianità articolata in sessioni di prove, studio e lezioni. 7 protagonisti, tanti quante sono le note della scala.
Giovani che studiano musica classica e amano faticare dietro ad un leggio, perlustrando le note scritte sui pentagrammi di Beethoven, Ravel, Bach, Mozart, Verdi, etc.
Ho seguito la serie televisiva per intero, perché io avrei potuto essere uno di loro: ho studiato musica alla Scuola di Musica di Fiesole e sono diplomato in oboe.
Quale occasione migliore per divulgare un'arte ormai dimenticata? Eppure ... quale arte più bella della musica?
Invece la serie televisiva lascia (ancora una volta) sullo sfondo la musica a vantaggio delle tragedie che caratterizzano i protagonisti: chi trova una vita regolare malgrado la sua cecità, chi ha i genitori separati, chi un fratello che combatte contro il tumore, chi è rimasto orfano di madre nel terremoto, chi si innamora della ragazza di un altro ceto sociale e chi viene conteso tra la mamma ex-tossicodipendente e la coppia affidataria. Tutte le problematiche sono l'occasione per riflettere su temi legati al sociale e alla sofferenza umana, oltre che alla tutela dei minori: il tema dell'aborto, delle difficoltà ad elaborare le emozioni, l'omosessualità, la sicurezza delle strade, il diritto allo studio, il supporto psicologico.
Complessivamente la serie televisiva è piacevole, per quanto a tratti fin troppo stucchevole.
Rimane l'ottima idea di parlare di musica, per quanto tradita già al termine della prima puntata. Peccato!

venerdì 14 dicembre 2018

"Storia della musica" di M. Carrozzo e C Cimagalli (2008)

Finalmente un manuale di storia della musica esaustivo e comprensibile anche a chi non è addetto ai lavori. Ho letto l'opera per prepararmi all'esame che ho conseguito in conservatorio nel corso del mio studio di oboe. Suddiviso in tre volumi, i capitoli si susseguono con un linguaggio scorrevole. Ritengo che la struttura dell'opera sia congeniale per fornire un'accurata conoscenza di una materia così vasta e affascinante

giovedì 13 dicembre 2018

"La mia vita in bicicletta" di Margherita Hack, 2011

Ho incontrato Margherita Hack in due appuntamenti molto distanti nel tempo, purtroppo mai dal vivo. La prima volta, quando da ragazzo (all'epoca facevo le scuole medie) compravo ogni settimana in edicola i suoi fascicoli di astronomia: tutt'oggi custodisco gelosamente nella mia libreria l'enciclopedia che ne è derivata dalla loro collezione.
Il secondo appuntamento l'ho conquistato in "La mia vita in bicicletta": leggendo la bibliografia di Margherita Hack non sembra proprio di leggere la storia di vita di una grande ricercatrice.
Il linguaggio è semplice, l'aria che si respira nella sue pagine è leggera, fresca, piena di vitalità: persino quando nelle ultime pagine l'autrice si confronta con gravi difficoltà sanitarie legate alla sua età ormai avanzata. Sembra che per Margherita, ogni suo traguardo sia stato raggiunto con estrema facilità, eppure la studiosa è passata per periodi drammatici della storia, il più difficile di tutti il nazi-fascismo con le assurde sue leggi razziali. Si rimane profondamente interdetti quando Margherita Hack racconta la scomparsa di amici, di interi nuclei familiari e di professori (uno per tutti la professoressa di scienze Enrica Calabresi), deportati dai nazisti nei campi di concentramento.
A dispetto dello stereotipo che vuole il ricercatore riggobbito sui libri, lo sport è sempre stata un'attività profondamente amata da Margherita Hack: l'atletica, la bicicletta e la palla a volo.
Il libro mi ha fatto spesso sorridere, perché Margherita descrive i medesimi luoghi delle campagne toscane e fiorentine, che io stesso sono solito visitare in bicicletta.
Così, ho avuto quasi la percezione di andare in bicicletta con Margherita Hack, la nostra stella fiorentina.
Come ultima considerazione, mi viene spontaneo un confronto tra Margherita Hack e Rita Levi di Montalcini, la cui autobiografia è scritta in "L'elogio dell'Imperfezione": le due donne hanno vissuto in periodo analoghi, entrambe hanno ottenuto risultati eccezionali nell'ambito della ricerca e si sono schierate esplicitamente nell'antifascismo. Due personalità molto diverse, ma egualmente profonde.

lunedì 16 aprile 2018

"Libertà dietro le sbarre" di Candido Cannavò

Impegnare parte del tempo libero al sociale mi sembra sia una scelta lodevole. Se poi tra i tanti ambiti del sociale ci si occupa di un fetta di popolazione emarginata e rifiutata dai più, quella scelta diventa ancora più bella. Se oltre ad occuparsi del sociale e della marginalità, il volontario in questione proviene da una carriera di tutto rispetto, allora quella scelta arriva a suonare persino singolare: non perché il comune volontario valga meno del volontario illustre, ma solo perché quest'ultimo ha la possibilità di gettare una luce su una porzione di cittadini, altrimenti dimenticati tra le mura di un ambiente che, ricordiamolo, è pubblico ed appartiene quindi alla società.



Corso in psicologia penitenziaria e criminologia



Leggi per intero le mie riflessioni su "La libertà dietro le sbarre" di Candido Cannavò