martedì 23 giugno 2020

"I leoni di Sicilia. La saga dei FLORIO - 1" di Stefania Auci, Edizioni NORD, 2019

Un romanzo storico di una nota famiglia calabrese, i Florio, insediatasi a Palermo alla fine del '700.

L'intero racconto copre quattro generazioni in un arco temporale lungo quasi un secolo. fino all'unificazione del Regno d'Italia.

Nel romanzo non sono raccontate solo le vicende familiari, ma anche il contesto storico in cui esse accadono e le relazioni interpersonali che caratterizzano i ceti sociali: l'aristocrazie perde ricchezza e poteri, in compenso il commerciante conquista potere a suon di monete.

Con una scrittura coinvolgente, Stefania Auci scopre il DNA della Sicilia, dell'Italia e dell'Europa intera. L'Autrice descrive l'umore del territorio passato dal dominio Francese, a quello Borbonico, con lo sfondo Inglese, attraverso il quale nasce la moda dell'oggettistica cinese, e poi dall'indipendenza, al  Regno delle due Sicilie e, infine, al Regno della Sardegna dei Savoia grazie alla spedizione dei mille Garibaldini.

In un solo secolo, tante fasi storiche nel corso delle quali la famiglia Florio, di generazione in generazione, si arricchisce e accumula potere, in virtù di un rapporto sempre più intimo col territorio e con le genti di un'isola poliedrica, nella quale conservatorismo ed evoluzionismo sembrano convivere.

Il libro è molto istruttivo. Da leggere.

domenica 31 maggio 2020

Riflessioni sul corona virus

Quando nel mese di dicembre 2019 abbiamo sentito parlare di corona virus in Cina, nessuno immaginava cosa stesse succedendo.

A onor del vero, avremmo avuto tutte le informazioni necessarie per intuire la gravità del virus, ma le notizie filtrate dai media sembravano attinenti ad un fenomeno lontano, che non ci avrebbe mai riguardato. Peraltro in Italia, la materia venne subito strumentalizzata a fini politici, quindi caricata di incomprensibili ideologie di destra o di sinistra, a seconda dello schieramento di chi a turno compariva in tv (nei primissimi giorni, chiudere le attività era un provvedimento filogovernativo, pertanto di sinistra, mentre i politici di destra volevano che la vita commerciale proseguisse senza alcun provvedimento restrittivo).



Quando l'Organizzazione Mondiale della Sanità  dichiarò l'esistenza di una vera e propria pandemia, rimanevamo tutti increduli.

Ancora oggi esistono i negazionisti, ovvero coloro che credono che il corona virus sia un'invenzione creata da poteri terzi, intenzionati a sottrarre ricchezza all'Italia o, più in generale, al mondo occidentale.

Sviluppammo una serie di false convinzioni per sminuire il fenomeno: primo fra tutte la credenza che il Corona Virus causasse sintomi leggermente più gravi di una comune influenza. Inoltre ci convincevamo che la malattia fosse fatale solo per le persone anziane o già colpite da malattie gravi.

E' chiaro che tali convincimenti erano un mezzo per negare l'evidenza e per difenderci (illudendoci) da quanto stesse per capitare a tutti noi. Quando le evidenze si fecero più chiare, i media sembravano impazziti, divulgavano notizie evidentemente contrastanti e noi cittadini non sapevamo più a chi credere. Col corona virus abbiamo scoperto quanto possono influire sul nostro comportamento le false notizie (fake news).

Abbiamo fatto davvero fatica a comprendere cosa stesse succedendo e quando il governo stabilì di limitare le relazioni sociali, ai più tale provvedimento era sembrato davvero eccessivo.


All'inizio dell'isolamento, sembrava che gli Italiani scoprissero una rinnovata solidarietà, il motto era "andrà tutto bene" e presto si diffuse la virtù risalente al "io resto a casa". Nel corso dei primi giorni, l'isolamento appariva persino divertente, come si constatava dai numerosi flash-mob sul balcone e dagli infiniti filmati ironici divulgati tramite i social-group.
Era diventata prassi lanciare le sfide, la prima fra tutte quella di Totti che faceva i palleggi con il rotolo di carta igienica al posto del pallone.

A ben vedere, nel corona virus non c'è niente di divertente.

Presto il bollettino dei deceduti divenne simile a un bollettino di guerra.
Noi tutti ci sentivamo coinvolti in un conflitto: l'isolamento sociale assunse il sapore di un coprifuoco.
Come accade in tutte le guerre di rispetto, abbiamo anche trovato i nostri eroi: infermieri, medici, volontari che portavano beni di prima necessità alle persone svantaggiate, aziende che in pochi giorni hanno convertito la loro produzione per fornire gratuitamente mascherine protettive.
Io stesso ho avuto l'onore di conoscere di persona una famiglia che possiede un'azienda, Dreoni, convertita alla produzione di mascherine: ne avevo bisogno per poter lavorare in sicurezza e questa famiglia, con grande generosità a causa delle innumerevoli richieste pervenutegli da ogni dove, riuscì a  regalarmi una quantità di mascherine a sufficienza per darmi il tempo di reperirne altre nei giorni successivi. Dopo un mese dal nostro incontri, seppi che purtroppo quella famiglia fu a sua volta colpita dal virus, col conseguente decesso di uno dei suoi componenti.

Avevano un nemico invisibile, che si divulgava attraverso l'aria e poteva colpirci quando meno ce lo aspettavamo: tutti gli ingredienti presenti in questa vicenda sono sufficienti per esporre le persone a fobia sociale.
Ben presto la solidarietà lasciò il passo ai contrasti.
In una logica del tutti contro tutti, abbiamo osservato numerose scissioni insite nella nostra società, probabilmente perché col corona virus ciascuno di noi si è sentito colpito nel proprio intimo e la rabbia ha sopraffatto l'empatia.

Del resto, in tempi di tensioni sociali la solidarietà spesso si associa alla conflittualità. Tanti sono stati gli allarmi sociali: ospedali bloccati dalla moltitudine di persone affette dal corona virus, senza riuscire a garantire la continuità terapeutica per altre forma di malattia (pare che nel corso della pandemia, siano aumentati i decessi per infarto), carceri paralizzate dalla sommosse dei detenuti, assenza di dispositivi protettivi o igienici (per settimane non si trovavano le mascherine, inoltre sugli scaffali del supermercato non c'era l'amuchina)

Il procrastinarsi dell'assenza di conoscenza ha creato disorientamento tra le persone e, di conseguenza, diffidenza. I rapporti interpersonali sono diventati privi di fiducia e le persone si sono concentrate su se stesse, sviluppando tensione, ansia, poca disponibilità all'altro.

In questi tre mesi, abbiamo scoperto che una moltitudine di persone sono contagiose senza manifestare alcun sintomo, da qui l'esigenza di effettuare un screening generale sull'intera popolazione.

Col passare del tempo, la noia ha preso il sopravvento. Sui social forum ai sono divulgate altre sfide: ogni giorni bisognava pubblicare senza commentare un titolo di un libro, piuttosto che di una copertina di un disco. Io ho provato, ma al primo commento del titolo del libro da ho pubblicato, ho smesso, visto che non potevo replicare e francamente il giochino mi sembrava troppo impegnativo.


L'unica certezza riguarda l'efficacia dell'isolamento come contrasto alla diffusione del contagio: i tecnici confidano che isolando i portatori sani si eviti ulteriore diffusione della malattia.

Il corona virus ha messo a nudo la struttura economica della nostra società: se non compriamo, non vendiamo e se non vendiamo non possiamo comprare e l'intero sistema economico crolla.
Il mondo può essere paragonato a una bicicletta: per rimanere in piedi deve per forza camminare, altrimenti cade.

Inizialmente speravamo che la riapertura delle attività commerciali coincidesse con l'acquisizione dei mezzi atti a curare le persone affette.

Così non è stato, ma dobbiamo ripartire malgrado la presenza di così tante incognite, perché senza il commercio ci salviamo dal corona virus, ma moriamo di povertà.

Certo è che l'emergenza non è finita, l'incidenza dei contagiati è calata, ma nessuna certezza abbiamo sull'immediato futuro.

La triste verità è che siamo ancora difronte a un epidemia solo parzialmente domata, ma ancora non del tutto estinta e il corona virus uccide non solo con contagio, ma anche con la moltitudine dei problemi che esso provoca in una società regolamentata da equilibri estremamente fragili.

"L'amica geniale" (volume primo) di Elena Ferrante edizioni e/o, 2011


"L'amica geniale" sorprende per la fluidità della penna di Elena Ferrante: una scrittura agile e puntuale, messa al servizio di un mondo composto da tante contraddizioni e, allo stesso tempo, da una sorprendente unicità: il povero e il ricco, la persona stimabile e quella detestabile, il brutto il bello. Ciascun personaggio è rappresentante della sua estrazione sociale, così il povero è la povertà e l'ignorante é l'ignoranza. 

La società è stratificata in ceti sociali che non comunicano tra loro, se non attraverso lo sfoggio di beni materiali, ovvero l'ostentazione di un oggetto teso a dimostrare una ricchezza irreale, sottesa da attività illecite o dalla concessione di prestiti dall'usuraio. Tali oggetti suscitano invidia e ammirazione, ma non celano la miseria umana, perché in ogni angolo del mondo, la povertà di molti arricchisce i pochi che sanno approfittare dei più deboli.

Le contraddizioni insite nella società descritta dall'autrice non prevedono la possibilità che l'individuo si emancipi dalle proprie origini: il povero non diventa ricco, a meno che non scenda a compromessi con la moralità, associandosi al potere occulto di persone che infrangono la vita civile, così rompendo il patto sociale. 

Due bimbe crescono insieme, all'apparenza con le medesime opportunità, in realtà con destini segnati ancor prima che ciascuna di loro possa fare le proprie scelte di vita. 
Gli adulti, e con loro l'intera società, inviano doppi messaggi: da una parte illudono sulla possibilità di un'emancipazione, dall'altra giudicano chi riesce a sviluppare una visione alternativa all'ordine precostituito.

L'unica speranza è la cultura, la quale si erge come alternativa alla miseria umana, all'asservimento e alla passività:  la cultura  fornisce gli stimoli per distaccarsi da una vita meramente materiale e immaginare una società migliore, purché i libri siano letti non solo per trovare rifugio dalle bruttezze umane, bensì per sviluppare i mezzi necessari a rompere gli schemi nelle relazioni interpersonali. 

L'autrice, con coraggio, mette in evidenza sentimenti che in genere tendiamo a nascondere: l'invidia, l'odio, la voglia di vendicarsi. Trovo tale coraggio molto educativo sul piano psicologico: le emozioni sono sempre amiche, dobbiamo conoscerle e prenderci confidenza per non lasciare che esse dominino sul nostro comportamento. Entrando in contatto con le nostre emozioni, riduciamo la probabilità di rimanere schiavi di schemi ereditati passivamente.

Il romanzo mi è piaciuto molto e consiglio di leggerlo senza indugi

domenica 19 aprile 2020

"Globalizzazione. Una mappa dei problemi" di Danilo Zolo, Editori Laterza (2004)


Quante volte, interdetti, ci siamo chiesti "ma che mondo è questo?"-
La domanda è lecita e la risposta è tutt'altro che scontata.
Si parla tanto di globalizzazione e probabilmente ancora tanto ne avremo da parlare: si perché il fenomeno della globalizzazione è molto complesso e ha ripercussioni su ogni aspetto della nostra vita quotidiana.
La globalizzazione non è solo un fenomeno economico e culturale, ma anche un fenomeno quotidiano, che sconvolge ogni nostro gesto, anche il più banale, lasciandoci inconsapevoli che il nostro agire trova condizionamenti da paesi lontani, di cui spesso il consumatore ignora persino l'esistenza.
L'apparente comunicazione di massa si traduce in un controllo globale, i nostri acquisti sono guidati dai media, la comunicazione trasparente è costantemente manipolata per portare profitti ai potenti.
La politica è impreparata, perché le industrie multinazionali riescono ad agire in barba ai principi etici di tradizionali vincoli di solidarietà, a scapito della protezione delle fasce di popolazione più deboli. Lo sfruttamento va di pari passo con ideologie stataliste, tese ad escludere lo straniero. Ma in una progressiva logica di chiusura, succede che il lavoro esclude i più giovani, vittime passive di competitività e della tecnologia (persino le pizze oggi sono servite in assenza del pizzaiolo).
L'Autore dimostra così il paradosso dell'età post-moderna: la globalizzazione divide il mondo in tanti mondi


lunedì 6 aprile 2020

"La misura del tempo" di Gianfranco Carofiglio, edizioni Einaudi (2019)



Il tema della distinzione tra il bene e il male sottende uno degli argomenti fondamentali dell'umanità intera, al pari della vita e della morte, la salute, il malessere e la libertà.

Chi di professione si occupa di tali argomenti, non può fare a meno di immergersi completamente, con tutto se stesso, nei dilemmi esistenziali che tali temi comportano. 
Inevitabile che vita privata e vita professionale trovino grandi sovrapposizioni.

Con questa chiave di lettura ho interpretato "La misura del tempo". 

Il titolo si riferisce non solo al tempo dell'io narrante, un avvocato penalista, ma anche al suo cliente (accusato di omicidio doloso e costretto in carcere per molti anni), e alla mamma di quest'ultimo.

In una dimensione olistica, il tempo è l'elemento comune a tutti i personaggi del romanzo: un tempo che può essere solo vissuto nel presente, al limite ricordato nel passato, solo in un mondo illusorio previsto al futuro. Si, perché in quanto a capacità di prevedere il futuro, l'uomo si è rivelato assai impacciato.

Con l'età lo scandire del tempo acquisisce diversa dimensione: maggiore densità se si conserva la capacità di stupirsi, come nei giovani, e maggiore velocità se ci si accontenta di una vita rassicurante, come capita all'adulto, per il quale tutto è prevedibile e, allo stesso tempo, meno colorato.

Quando capita di gestire il tempo di un cittadino, chiunque esso sia, tutto diventa più complicato. E' necessario effettuare un processo basato sulla logica e sull'intelligenza, non certo sull'emozioni, ancor meno sulle suggestioni. 

Numerose le riflessioni sull'importanza di un processo dubitativo e sul ruolo della difesa, innanzi a magistrati chiamati a gestire con etica il loro potere esecutivo. Da censurare le indagini probatorie tese a confermare un'unica spiegazione del reato.

Il romanzo mi è piaciuto: io stesso lavoro nell'ambito della giustizia, come giudice onorario al tribunale per minorenni fino a poco tempo fa, come psicologo penitenziario da oltre dieci anni (e tutt'oggi). Condivido a pieno la prospettiva dell'Autore.

Romanzo da leggere e da custodire in libreria con gelosia

mercoledì 19 giugno 2019

Percorsi interculturali

Percorsi interculturali: costruire dialoghi tra popoli in carcere e nel territorio

Progetto di Cooperativa Di Vittorio, Assocazione Studi Umanistici Rogersiani e Istituto dell'Approccio Centrato sulla Persona sovvenzionato con 8x1000 Tavola Valdese

Tavola rotonda di illustrazione del progetto, ingresso gratuito

domenica 26 maggio 2019

"Gli occhi di Oriana" di Sandro Sechi, Fazi Editore, 2006

Sandro Sechi lavorava per la sede di New York della Rizzoli, quando la casa editrice gli chiese di assistere Oriana Fallaci nella sua vita quotidiana, diventata assai sofferente a causa della malattia purtroppo fatale.
Per cinque mesi il connubio tra Sandro Sechi e Oriana Fallaci ha resistito alle mille intemperanze di lei. Probabilmente per Sandro Sechi non fu semplice resistere, tant'è che improvvisamente Oriana lo mise alla porta e la dirigenza lo relegò al centralino della Rizzoli, successivamente lo licenziò.
Dall'intera vicenda uscì "Gli occhi di Oriana", edito un anno dopo la morte della scrittrice fiorentina.

Aneddoti riguardanti Oriana Fallaci e i suoi ospiti, amicizie, gelosie, fragilità, entusiasmi, timori, fissazioni e intemperanze: tutto ciò è descritto nel libro senza filtri, svelando la persona fino ad allora nascosta dietro al personaggio.
Dalla pubblicazione del libro è nata una discussione sul suo tenore etico. Molti accusano Sandro Sechi di sciacallaggio mediatico, molti altri lo osannano per averci donato l'umanità che era in Oriana Fallaci.

Il mondo dei media ha le sue regole, se non le rispetti, le conseguenze possono essere molto gravi. Stiamo parlando di regole che veicolano rapporti tra le persone. Sandro Sechi era stato inviato come uomo di fiducia e doveva limitarsi ad assistere la povera donna, ciononostante ha prevalso in lui il DNA del giornalista. La copertina del libro definisce esplicitamente quell'incarico come la grande occasione che l'autore attendeva.

Forse l'errore è stato a monte: se ad assistere Oriana Fallaci fosse stato mandato un personaggio con una formazione maggiormente incline alla relazione di aiuto,  tutto ciò non sarebbe accaduto. E' vero, anche i giornalisti hanno un codice etico, ma evidentemente il criterio della libertà di stampa vince sul diritto alla privacy di ciascuno di noi. In questa prospettiva, il personaggio pubblico schiaccia il cittadino privato.

Ebbene, ancora una volta è stata data per scontata la relazione di aiuto. Nessuno si sognerebbe di rivolgersi a un medico quando ha bisogno di un cuoco o a un meccanico quando ha bisogno di un fioraio ... eppure è stato inviato un giornalista, quando era necessario avere un infermiere o un assistente sociale o uno psicologo o tutti e tre insieme.

Non so se consigliare di leggere il libro, perché il pensiero che esso non sia stato autorizzato dalla diretta interessata mi infastidisce: non avrei voluto violare la sua vita privata. D'altra parte è proprio vero che adesso conosco molti aneddoti che hanno modificato la mia percezione di Oriana Fallaci: fino ad oggi ignoravo l'umanità che è in lei ed il mio giudizio complessivo sull'autrice va ben oltre le mere sue idee politiche.