lunedì 4 ottobre 2010

Gente di Dublino di Joyce (1914)

Qualche volta sono colto da un improvviso desiderio di leggere qualcuno dei classici che  ho in casa da sempre, ma che per qualche strano motivo non ho mai trovato la voglia di sfogliare.
Lo confesso: se da una parte la maggior parte dei classici mi hanno restuito letture coinvolgenti e irripetibili, lasciandomi l'impressione di sentirmi più ricco sul piano culturale e personale, "Gente di Dublino" per me fa eccezione: ho provato fatica a terminare i racconti che compongono l'intera opera e ho finito il libro solo perchè sono affetto da una grave patologia di senso del dovere, che mi restituisce uno spiacevole gusto di fallimento quando lascio in sospeso una lettura.
Ebbene, al termine dei racconti, mi sono ricreduto: ad un'attenta riflessione ho capito cosa rendesse così ardua la lettura, riuscendo a trarne comunque una serie insegnamenti.
Innanzitutto il taglio dei racconti: mi sono scoperto tristemente influenzato, per non dire forgiato, dalla narrativa hollywoodiana. Sono fin troppo abituato a confrontarmi con uno stile letterario che non solo ha un inizio e una fine, ma che all'interno del suo sviluppo, riserva finali positivi. I racconti che sono abituato ad apprezzare sono destinati a enfatizzare risvolti positivi della vita, quasi ad ingannare le mie aspettative, convincendomi che la vita riservi solo notizie buone. Anche io sono un essere sociale e so bene che il confronto col mondo quotidiano restituisce realtà ben lontane da quelle selezionate con mestiere dagli autori dei racconti virtuali: so benissimo che la vita riserva anche esperienze negative. Tuttavia, quando tali esperienze sono nomenclate nel fantastico mondo della letteratura, qualcosa in me si ribella.
Ebbene: i racconti di "Gente di Dublino" sembrano non avere un vero e proprio inizio, nè riservano una vera e propria fine. Leggere questi racconti significa affacciarsi  da una qualsiasi finestra di Dublino e vedere cosa realmente succede nella strada sottostante. Non c'è alcuna attenzione dell'autore per le sensibilità del lettore. Di più: lo stile narrativo di Joyce costringe il lettore a calarsi nei tempi esistenziali dei personaggi, attraverso descrizioni pedisseque di ambienti o circostanze, che niente aggiungono al racconto, se non la scansione più lenta dei tempi narrativi.
In questo modo l'autore guadagna la possibilità di calarsi nelle prospettive soggettive dei personaggi, cogliendone aspetti emotivi, destinati altrimenti a cadere nell'oblio. 
Più volte ho avuto la sensazione di confrontarmi con emozioni dal sapore agrodolce, che non sempre sono disposto a registrare, come se quelle emozioni mi risultassero scomode, forse perchè non banali, o forse perchè vissute come potenziale veicolo di fragilità che temo, o che comunque, mi rendono vulnerabile.
Si tratta di emozioni che qualcuno ci ha convinto che sarebbe meglio non provare, relegandole in un generico quanto temibile giudizio moralistico.
In conclusione, la difficoltà della lettura di "Gente di Dublino" credo stia nella difficoltà di confrontarsi con quanto ci rende umani, ovvero con le nostre fragilità.

domenica 5 settembre 2010

"Mille splendidi soli" di Khaled Hosseini (2007)

Quando scoprii l'uscita di un secondo romanzo di Kahled Hosseini, sospesi tutto, mi precipitai in libreria, acquistai la mia copia di "Mille splendidi soli" e mi misi a leggere.
Le aspettative non sono state affatto deluse: non ricordo nei dettagli l'intero romanzo, ma ho ben presente che "Mille splendidi soli" era ancora più intenso de "Il cacciatore di aquiloni". Ancora una volta la storia è ambientata in Afghanistan e centrata sui soprusi e la negazione dei diritti fondamentali dell'uomo. A differenza del precedente romanzo, "Mille splendidi soli" evidenzia il trattamento riservato in Afghanistan alle donne, alle quali è negato persino l'apprendimento della lettura e della scrittura. Le donne sono tenute a totale servizio dei maschi: non c'è alcuna considerazione per la loro dignità.
Proprio strano il mondo: quasi mezzo secolo fa siamo andati sulla luna, quando sulla terra in molti posti siamo ancora alla preistoria. Proprio in questi giorni l'opinione pubblica internazionale è in apprensione per le sorti della povera Sakineh, condannata alla lapidazione per essere ritenuta complice dell'omicidio di suo marito.

sabato 4 settembre 2010

"Il cacciatore di aquiloni" di Kahaled Hosseini (2004)

La recente lettura della storia di Enaiatollah Akbari ("Nel mare ci sono i coccodrilli"), mi ha fatto pensare intensamente ad un'altro romanzo, che ho letto poco dopo la sua pubblicazione in Italia, "Il Cacciatore di Aquiloni", non solo perchè entrambi i racconti sono ambientati in Afghanistan e descrivono l'immigrazione dei rispettivi protagonisti in paesi occidentali, ma anche perchè entrambi trattano il tema del maltrattamento dei bambini e, con esso, della negazione dell'infanzia e dei diritti fondamentali dell'uomo.
"Il cacciatore di aquiloni" è una storia allo stesso tempo avvincente e commuovente, piena di contrasti: classismo e parità, discriminazione e egualitarismo, odio e amore, egoismo e altruismo, dolore e gioia, sensi di colpa e riscatti morali. Anche dalle vicende più drammatiche possono scaturire soluzioni che restituiscono un senso alla sofferenza e speranza per il futuro.
Tutte le emozioni si relazionano reciprocamente, quasi fino a trovare l'una il compenso nell'altra, facendo vivere al lettore la sensazione di stare sulle montagne russe, ora salendo con l'ansia in  petto, ora scendendo col cuore in gola.
Una storia fenomenale, che si lascia leggere in un batter d'occhio, la cui intensità emotiva mi ha cambiato la prospettiva del mondo, contribuendo ad abbattere le barriere pregiudiziali nei confronti dei paesi e dei popoli mediorientali: l'uscita del romanzo in Italia è avvenuta dopo solo due anni dalla tragedia delle torri gemelle. In quel periodo storico l'Afghanistan appariva secondo ruoli  persecutori, peraltro ulteriormente abbagliati dalla controffensiva americana, che tutto sommato neanche convinceva unanimamente l'opinione pubblica. Gli americani parlavano di bombe intelligenti, ma non si riusciva proprio a capire cosa di intelligente potesse avere la guerra.
Insomma, il romanzo ha avuto ai miei occhi il pregio di aprire una visione alternativa alla mera dicotomizzazione di persecutori e vittime, a prescindere di chi fossero gli uni o le altre.
Alla fine della lettura mi sono sentito più aperto al confronto, soprattutto con chi non conosco.
Un libro che non si può ignorare, che consiglio in modo particolare alle coppie che si vogliono aprire all'adozione.

giovedì 2 settembre 2010

"Nel mare ci sono i coccodrilli" di Fabio Geda (2010)

Si tratta della storia vera di un minore, Enaiatollah Akbari, emigrato dall'Afghanistan fino all'Italia, affrontando da solo un viaggio pieno di pericoli e difficoltà.
Il bambino è costretto ad imparare, a solo 10 anni di età, come salvaguardarsi da un mondo adulto fin troppo violento e cinico nei confronti degli indifesi e, in particolare, dei bambini.
Il racconto è narrato con una sana quota di autoironia, che rende il protagonista pieno di dignità e simpatia. Il coraggio che scaturisce dall'esigenza di sopravvivere, è di insegnamento per noi occidentali, che neanche immaginiamo quale trattamento è riservato ai minori nei paesi mediorientali.
Suggerisco il libro a tutti i genitori iperapprensivi, ma anche a coloro i quali vogliono allargare la visione del mondo a prospettive diverse dalla nostra.
Nel libro ho trovato conferma della fiducia che possiamo nutrire nei confronti dei minori, che hanno forze inimmaginabili nel riuscire a far fronte ai maltrattamenti o alle esperienze negative.
Questo tema è per me molto caro, tanto da ispirare l'intera mia professione di psicologo e psicoterapeuta.
Quando intervengo in percorsi di supporto alla genitorialità, indirizzato soprattutto ai genitori adottivi oltre che ai genitori biologici, esprimo la convinzione che non è utile considerare i bambini solo come portatori di problemi o fragilità.
Molto più utile è scoprire nei bambini quella capacità, presente in tutti gli esseri viventi, di sopravvivere al meglio e di autorealizzarsi, nonostante le possibili avversità della vita.
In coerenza con lo psicologo  statunitense Carl Rogers, i  genitori hanno la responsabilità di considerare i figli come persone dotate della tendenza attualizzante, ovvero delle capacità di realizzare al meglio le proprie inclinazioni naturali. Se da una parte i genitori sono chiamati ad accogliere il disagio dei figli, dall'altra è necessario che nutrano altrettanta convinzione che i problemi possono essere superati.
In ogni caso, l'amore di un genitore è incondizionato, ovvero rimane inalterato a fronte delle possibili difficoltà evolutive del figlio: "Ti amo per come sei e non per quello che fai".
Se il bambino è amato con con calore, rispetto e fiducia, i sentimenti genitoriali saranno gli ingredienti ottimali per consentire al figlio di esprimere il meglio di sé nel corso dello sviluppo.
La fiducia nei confronti dei figli è presente solo se il genitore è convinto che i figli siano fondamentalmente buoni e capaci di crescere in modo sano: pertanto, se tale convinzione dovesse vacillare, la storia di Enaiatollah Akbari sarà l'occasione per ricredersi.

sabato 28 agosto 2010

"Una barca nel bosco" di Paola Mastrocola (2003, premio Campiello 2004)

Credo di aver letto il romanzo poco dopo che fosse uscito, quindi sei o sette anni fa. Ciononostante mi rimane ancora vivido il ricordo delle sensazioni suscitate in me dal protagonista, Gaspare, un giovane che incontra mille fatiche per relazionarsi con i compagni di liceo e con gli insegnanti.
Gaspare è un ragazzo spontaneo, che agisce senza sovrastrutture e si sente continuamente fuori luogo in un mondo che privilegia l'apparenza all'essenza, il vestito di marca ai valori, o il bullismo alle relazioni amicali.  Anche all'università, il nepotismo prevale sulla cultura e sulla meritocrazia, a conferma di un'ipocrisia collettiva, che sembra caratterizzare la nostra società, fino ad assuefare la collettività ad un torpore generale, apatico e allo stesso tempo insensibile ai valori morali ed etici delle relazioni sociali. Nella sua ingenuità, Gaspare rimane vittima delle mille contraddizioni che pervadono l'intera collettività moderna, fino a mettersi lui stesso in discussione: sono io che non vado bene? Dal disadattamento, scaturisce nel protagonista un malessere generale, che finisce per stroncare l'autostima, e con essa, ogni progetto di carriera.
Il racconto è divertente, la lettura scorre via, delinenando con precisione i tratti psicologici e relazionali del simpatico Gaspare: il romanzo suscita intense emozioni  e profondi moti di empatia nei suoi confronti.
Mi sono identificato spesso con questo giovane: una barca nel bosco, con la sgradevole sensazione di essere fuori luogo, in un sistema scolasico che nel corso dell'adolescenza mi ha condizionato fortemente. Solo da grande, quando ho acquisito gli strumenti per comprendere meglio quanto mi era capitato, ho capito che non ero io la persona sbagliata, ma la scuola e, con essa, tutti quegli insegnanti che trattano gli studenti come numeri e non come persone.
Più in generale, non ero io ad andare sempre in salita, ma la società ad andare a rotoli.
Così ho imparato a credere in me stesso e a sviluppare una maggiore critica per persone o istituti che giudicano. Mi torna in mente la legge della profezia che si autoavvera: se un giovane è sottoposto a continui giudizi e etichettamenti negativi, faremo di quel giovane un disadattato.
Nel mio lavoro di psicologo trovo molte persone schiacciate dai luoghi comuni: la loro concezione di sè è stata compromessa da genitori a loro volta sofferenti di bassa autostima o da istituti scolastici contraddistinti da pregiudizi o da stupidi preconcetti: in questo modo il giovane (e l'adulto) si convince di non avere i numeri per emergere, ma non è vero, si tratta solo di una falsa convinzione impostagli da terze persone, che non hanno saputo valorizzare le sue capacità. Se il giovane è trattato con rispetto e fiducia e viene incoraggiato ad apprendere, con la convinzione che può farcela e che laddove incontri delle difficoltà, vale la pena aiutarlo, allora quel giovane si impegnerà a superare i propri limiti e a trovare le modalità per esprimere se stesso.
Trovo molto triste una scuola che non riesca a farsi carico delle necessità dei singoli, riducendo l'attività formativa ad una pratica standardizzata di massa: se un giovane incontra problemi nel percorso di studi, l'istituzione scolastica punta il dito contro di lui o i suoi genitori, di fatto ritenendosi estranea ad ogni responsabilità sottesa dal fallimento. Ho la sensazione  che la scuola finisca in questo modo per colludere con le  difficoltà del giovane, aumendone l'emarginazione.
A questo punto il pensiero va a Don Milani e alla memorabile "Lettera ad una professoressa" (1967), dove il celebre pedagogo denuncia una scuola classista, che esclude i poveri ad interesse dei ricchi, i cui destini futuri sono condizionati già dai banchi di scuola.

giovedì 26 agosto 2010

"Canale Mussolini" di Antonio Pennacchi (Premio Strega 2010)

Il romanzo racconta le vicende di una famiglia coinvolta nella bonifica delle Paludi Pontine e nella sua colonizzazione, insieme ad altre numerosissime famiglie provenienti dall'Emilia, dal Veneto e dal Friuli.
Le disavventure del nucleo familiare sono contestualizzate da approfondimenti storici che aiutano il lettore a comprendere le mille contraddizioni dell'era fascista, dalle cui ceneri nasce la Repubblica Italiana, con altrettante contraddizioni, che perdurano insanabili fino ai giorni nostri.
La lettura mi ha restituito una maggiore consapevolezza dell'anima del nostro Paese.
Trovo singolare la prospettiva proposta nel ripercorrere la Storia: l'autore riesce ad apparire neutrale, sebbene la voce narrante assuma i panni di chi si è lasciato affascinare dal mito del superuomo e ha creduto in Mussolini fino all'ultimo, giustificandone i misfatti persino con argomentazioni goffe e sempliciste.
Ne esce un libro leggero, ma contemporaneamente coinvolgente, che si lascia divorare con passione, anche per la singolare rappresetazione delle tragedie umane che in quel periodo hanno colpito il popolo italiano.
Finito di leggere il romanzo, il sorriso e il trasporto provocato dalle pagine di Pennacchi contrasta con il brivido della memoria legata alla tragedia dell'Olocausto. Il pensiero va alle vittime delle leggi razziali, di cui troviamo testimonianza in ormai celebri opere, strazianti e indimenticabili: ne cito due tra tutte, "Il giardino dei Finzi-Contini" di Giorgio Bassani (1962), e "Se questo è un uomo" di Primo Levi (1947).

"Il peso della farfalla" di Erri de Luca (2009)

Due vite, quella di un camoscio e del suo cacciatore, si affrontano: l'una contro l'altra, in un unico destino esistenziale, intrecciato in un dialogo emotivo, i cui messaggi passano per odori, movimenti, stagioni e sensazioni.
Quando la comunicazione riesce a superare gli sterili confini del linguaggio verbale, due esseri, seppure appartenenti a specie diverse, riescono a entrare in contatto. L'elemento comune che accompagna i due protagonisti per l'intera storia è la natura, descritta con magistrale linguaggio poetico, fino ad assumere i caratteri dell'assoluto.
La lettura rallenta la percezione del tempo, rende rarefatta i confini del tangibile, facilitando la capacità di accogliere l'infinito.
Il sapore meditativo del racconto riempie l'anima con risposte concrete ad interrogtivi esistenziali: se solo sviluppiamo la capacità di accogliere le informazioni di tutti i nostri sensi percettivi, ci sentiamo più vicini a chi riteniamo diverso da noi.
Ho appena finito di leggere l'opera e il mio universo mi sembra più vasto e più popolato.
Il dialogo con l'infinto appare come una fonte di vita, dove la morte è solo una transizione temporanea. L'alternarsi delle stagioni è garante di un'eredità che riceviamo in dono, per regalarla alle generazioni future.
I libri sono un mondo parallelo, che prende vita solo attraverso la lettura. Ci influenzano e al contempo sono influenzati dal nostro agire, dalla nostra cultura e dal nostro modo di intendere la vita. Non c'è niente da fare: la società non sarebbe uguale a quella che conosciamo se non esistessero i libri. D'altra parte società diverse producono libri diversi.
I libri sono un patrimonio universale, capace di suscitare emozioni, suggerire nuove idee e modificare il modo di pensare della comunità intera.
I libri promuovono cambiamento: anche chi non li legge, ma vive nella società inevitabilmente contaminata dai libri, finisce per essere a sua volta contagiato dall'azione di cambiamento letteraria.
I libri si contaminano anche tra loro, influenzandone di generazione in generazione gli stili e i contenuti, per esempio stimolando nuove modalità espositive e correnti letterarie o culturali. Pertanto la lettura di un autore moderno implica in qualche modo l'esposizione ad autori classici, magari mai letti o conosciuti.
Il mondo dei libri è quindi un ambiente virtuale, intrinsecato col mondo così detto reale (ammesso e non concesso che i mondi virtuali e quelli reali sia nettamento distinti).
I due mondi intrecciano una reciproca relazione di interscambio, fino a costituire un unico universo culturale, dove noi stessi ci scopriamo recettori e promotori di messaggi e, pertanto, di cambiamento.
Attraverso la lettura ho scoperto verità che mi hanno profondamente influenzato. Qui ne parlo proponendo alcune riflessioni su alcuni libri che ho letto e su quelli che di volta in volta leggo.
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