mercoledì 8 ottobre 2014

"Come Dio comanda" (2006) di Niccolò Ammanniti. Vincitore del premio Strega 2007

Molto più di un semplice romanzo, un vero e proprio ciclone che coinvolge il lettore in una magistrale opera scenografica. La crudezza descrittiva crea vere e proprie scene, che pare di vederle davvero. Il ritmo è cinematografico. Un raccondo che assume toni noir e che si rivela dalla prima all'ultima pagina molto intenso su di un piano emotivo, portando la scena dalla periferia degradata di città, fin dentro le mura domestiche di un nucleo familiare in difficoltà (un papà vedovo in difficoltà su di un piano lavorativo e sociale, con l'unico suo figlio adolescente), le bande di compagnie giovanili che sconfiggono la noia con gesti devianti, fino alla follia di un pazzo che uccide senza rimorsi. Una lettura che non può mancare.

lunedì 6 ottobre 2014

"Molte vite Molti Maestri" (1997) di Brian Weiss

Brian Weiss è un medico psichiatra e psicanalista, che racconta la propria esperienza clinica nell'ambito dell'ipnosi. In particolare l'autore teorizza la necessità di scavare le verità esistenziali sin dalle loro origini, collocate in vite precedenti a quella attuale. 
L'autore insiste sul valore scientifico della propria teoria, ma secondo il mio punto di vista il vero valore del libro non è da scorgere secondo tale prospettiva, una visione che offrirebbe il fianco a qualche arida critica di natura scientista. Qui la ricchezza dei contenuti va oltre l'arida razionalità. Non saprei pronunciarmi sulla teoria, ma per la verità la sua lettura mi ha fatto riflettere molto. Riposto il libro sullo scaffale della mia libreria personale, rimango dell'idea di potermi avvalere del diritto di un sano beneficio del dubbio sull'esistenza di vite plurime a disposizione della nostra esistenza. 
Il beneficio del dubbio: a ben riflettere quel "non saprei" mi ha portato molto lontano. Brian Weiss mi ha veramente aiutato a maturare una nuova prospettiva di quanto ci circonda e dei fatti che accadono nella nostra quotidianità, delle persone che incontriamo, con alcune delle quali capita persino di stringere legami stretti. L'autore sostiene che le nostre frequentazioni non capitano a caso: le nostre relazioni amicali, sociali e familiari sono selezionate in virtù di esperienze pregresse, ormai dimenticate, che però a qualche livello di coscienza remota finiscono per guidarci, al fne di portare a termine il nostro progetto di vita. La morte è solo una delle tante tappe.
Sarà vero? Sarà falso? Non saprei. Ma, alla fin fine, è così importante verificarlo? Qui la fede, non necessariamente religiosa, si insinua nel pensiero e ci erige in nuove dimensioni spirituali. L'assoluto che traspare dalle righe del libro di Brian Weiss assume una tale relatività, che tutto è possibile e, allo stesso tempo, niente è scontato. Ora ci sentiamo vulnerabili sì, ma in armonia con la giostra della vita e con la storia intergenerazionale intera: c'è un inizio e una fine, ma l'iperbole dell'esistenza va oltre i confini da noi percepiti. L'universo intero appare alla portata di noi esseri umani. Le dimensioni dello spazio e del tempo appaiono più elastiche, meno rigide, più possibiliste. Un pensiero rotondo, nel quale la fredda cognizione della così detta intelligenza razionale, scende a patti con il profondo calore dell'emotività. L'astratto si rende tangibile e ci sentiamo più leggeri. Gli affetti, anche quelli più istintuali e spontanei, assumono una nuova dignità, con una rinnovata collocazione nella vita che tutti i giorni corre nelle nostre vene. Il pensiero si fa aperto, ricco, gioioso e sereno. Lettura consigliata a tutti.
P.S. Questa recensione è dedicata alla mia amica e collega Antonella Basile, solo noi due sappiamo il perché

venerdì 3 ottobre 2014

"Io & Marley" di Crogan John (2006)

Divertente, mai scontata, la storia di Marley regala molte emozioni. Marley è un cane dotato di molta forza fisica, da cucciolo combina ogni pasticcio, ma anche da adulto le sue intemperanze sono numerose. Refrattario ai classici metodi di scuola, i suoi padroni si sentono inadeguati, raggiungono vette di disperazione, che persino rischiano di minacciare l'unione familiare. I danni provocati dal loro cane diventano sempre più ingenti. Nonostante tutto, però, Marley sa come farsi amare. Il legame che si crea tra padrone e cane è sempre più stretto, affettuoso, intenso. La penna dell'autore, Crogan John, è leggera e fluida. Sembra di vivere in prima persona la storia. La lettura, agile e scorrevole, ci porta a voler accarezzare un cane e a volerne uno tutto per noi. Per me, che amo i cani, è stato un racconto molto bello e intenso. Da psicologo mi piace sottolineare l'importanza di prendersi cura di un animale domestico. Una presenza fisica in casa, che a suo modo restituisce calore e contribuisce a rendere la vita più ricca. Da un punto di vista educativo, un animale domestico insegna al bambino a mettersi nei panni dell'altro, a intuire i suoi bisogni e anche a mettersi al servizio di chi è in condizioni di necessità. Il cane, in particolare, insegna la fedeltà, l'attaccamento e la coerenza: tutti valori che forse oggi stanno diventando molto rari. 
Consiglio di leggere il libro a chiunque. La lettura è adeguata anche a lettori in età scolastica.

"Lo strano caso del dottor Jekill e del signor Hyde" (1886) di Robert Louis Stevenson

Mi è capitato diverse volte nella mia esperienza di vita di scontrarmi con l'ambivalenza del bene e del male che caratterizza noi esseri umani: improvvisamente una persona di cui mi fidavo e con la quale ritenevo di avere un buon rapporto interazionale, ha cambiato  volto, è diventata aggressiva, minacciandomi e incutendomi timore. In questi casi ho provato sorpresa, oltre che spavento e  tensione. Ma, non lo nascondo, anche rammarico per non essermi accorto prima del potenziale aggressivo di quella persona. Per non aver capito prima con che razza di persona avevo a che fare. Queste sono le sensazioni che si provano leggendo "Lo strano caso del dottor Jekill e del signor Hyde", due volti del medesimo personaggio. Due facce della stessa persona. Il bene e il male, che conducono due vite nette e separate, non si integrano mai, se non al prezzo della vita stessa. Il bene di giorno, il male di notte. Solo all'apparenza dalle diverse tinte, il bene gentile e luminoso si distingue dal male scontroso chiuso e scuro, ancora più agghiacciante risulta la dicotomia, quando il male è scoperto nella persona sorridente e disponibile. Un tradimento che svela quanto il male è nel bene e quanto l'apparenza può ingannare, specie quando la spregiudicatezza di un danno emerge nel potenziale aggressivo della persona di fiducia, quella che abbiamo amato e che forse, nonostante tutto, non cesseremo mai di amare. Odio e amore, non saranno forse le faccie della stessa medaglia, insieme al bene da una parte e al male dall'altra? Quanti di noi possono essere onesti con se stessi negando che la loro personalità, da qualche parte e in qualche modo, celi un volto che non gli piace? capace di compiere qualsiasi cosa, fors'anche un omicidio? Quanti possono negare di fare a volte persino fatica a trattenere quall'aggressività, quella rabbia, o anche solo quell'edonismo che un'altra parte di noi non vuole, la rifiuta, la ignora? E a quanti di noi è capitato di confrontarsi con quella parte? A volte di rimanerne vittima, compiendo in un momento di distrazione, un gesto che mai avrebbe pensato di compiere, di cui poi si è pentito o persino vergognato? Gli errori si pagano, e quando arriva il conto, forse non ci resta che pagare a suon di quella moneta che possiamo chiamare senso di colpa. Dico forse, perchè se andiamo oltre la logica compensatoria del dare-avere, a dire la verità solo apparentemente riparativa, scopriamo che in realtà l'ambivalenza è in noi. Qui la riflessione psicologica si amplifica, fino a coinvolgere considerazioni di ordine etico e morale. Solo a noi spetta la dura sfida quotidiana di digerirla, elaborarla, accettarla, farci amicizia, non tanto per metterla in atto (evenienza che invece va scongiurata), quanto per restituirle quella giusta dignità che le appartiene, perchè quella parte è una parte di noi. Tutti vorremmo una vita fatta solo di bene: ma cos'è il bene se non la capacità di mettersi nei panni degli altri? comprendere le loro fragilità e andare oltre le loro mancanze? i loro egoismi, i loro errori? E allora, perchè tutto questo non dovrebbe valere anche per noi, quando ci rapportiamo con noi stessi? Il racconto è fantastico. Chi non l'avesse ancora letto, lasci tutto, abbandoni qualsiasi attività stia fecendo e si procuri con urgenza una copia, per leggerlo immediatamente, senza indugi. Il divertimento è garantito!

lunedì 15 settembre 2014

"Ansichten eines Clowns" di Heinrich Böll (1963) trad. it. "Opinioni di un clown" di Amina Pandolfi

Come nel "Diario del Carcere" di Luise Rinser, anche "Opinioni di un clown" di Heinrich Böll consente di osservare la follia nazzista dal di dentro, ovvero dalla prospettiva di un cittadino tedesco che non aderisce all'ideologia hitleriana e, a modo suo, la contesta. Il protagonista del romanzo paga con la marginalità le sue idee politiche: l'intera famiglia (compresi i genitori e la convivente) finisce per voltargli le spalle, preferendo l'ipocrisia ideologica e conformista, all'incontro e al confronto. 
La solitudine di una vita sempre più precaria a causa dell'alcol e dell'indigenza, che purtuttavia non rinuncia ai valori etici che sottendono l'amore per la libertà e il rispetto della vita, oltre che dei sentimenti umani. L'espressione artistica, mal compresa da amici e conoscenti, è per l'io narrante una spasmodica ricerca di verità a cui con coraggio non si sottrae neanche a fronte di minacce e ricatti esistenziali. 
La libertà ha un prezzo e quando si è disposti a pagare dazio per conquistarla, non si può certo rinunciare alla coerenza personale.
La fedeltà è un'altra qualità umana costantemente ribadita nel romanzo: fedeltà nelle relazioni sentimentali, quando coinvolge il partner, ma anche fedeltà con se stessi, alla ricerca di un senso di una vita, che pone tanti e tanti interrogativi, specie quando ci si confronta con l'incoerenza diffusa in un popolo intero. 
Un romanzo introspettivo, spesso provocatorio, mai banale, che contrappone la profondità della sofferenza umana, ad una società superficiale, distratta, volgare, becera e ignorante.

"Il giardino dei Finzi-Contini" di Giorgio Bassani (1962)

Una famiglia intera sparisce a causa dell'oppressione nazzista contro il popolo ebraico. "Il Giardino dei Finzi-Contini" racconta la storia di tale famiglia, non senza rinunciare alla più normale quotidianità di una vita domestica relegata all'unico luogo in cui poteva incontrarsi un gruppo di giovani universitari ebrei: un giardino, quasi sospeso nel tempo, in una villa dotata di campo da tennis, alberi e cespugli. Un luogo che rappresentava un rifugio, per quanto illusorio, dall'oppressione del regime, che si faceva sempre più violenta e discriminatoria. Lunghi pomeriggi, il tempo pare a volte non passare mai: nonostante lo sfondo xenofobo di un'Italia fascista, il romanzo trova lo spazio anche per un innamoramento non corrisposto. La guerra uccide, ma certo non impedisce alla passione di consumare il suo tempo.
Proprio tale apparente normalità rende ancora più tragica la scomparsa del nucleo familiare. 
Struggente, nostalgico, poetico e avvincente allo stesso tempo, il romanzo porta il lettore a confrontarsi con la follia di una guerra iniqua ..... come inique e tragiche sono tutte le guerre del mondo.

venerdì 12 settembre 2014

"Gefangnistagebuch" (1946) di Luise Rinser titolo originale trad. it. "Diario del carcere"

Per comprendere bene un fenomeno sociale è necessario osservarlo da diverse prospettive. In questo diario il nazismo è narrato non più nella mera e aberrante contrapposizione tra SS ed ebrei, ma raccontato da una scrittrice e psicologa tedesca, Luise Rinser, che non condivideva le idee nazionalsocialiste. A causa delle proprie idee politiche è stata reclusa nelle carceri tedesche all'epoca della dittatura di Adolf Hitler. La testimonianza è agghiacciante per il trattamento riservato in quelle carceri: la freddezza e l'indifferenza del personale di sorveglianza, i cui occhi non vedono nel recluso una persona, ma un oggetto da maltrattare e da sfruttare. Il pensiero va ancora una volta alla banalità del male: l'indifferenza, la mancanza di considerazione da parte di chi gestisce il potere, nei confronti di chi quel potere lo subisce. Il carcere, un non-luogo, in cui il tempo e lo spazio appaiono sospesi in una dimensione astratta, all'interno della quale c'è solo dolore, violenza e sofferenza. Non a caso, quel luogo è chiamato ancora oggi istituto di .... pena.

mercoledì 2 aprile 2014

"La solitudine dei numeri primi" (2008) di Paolo Giordano. Premio Strega e Premio Campiello Opera Prima 2008

Le tragedie si catapulcano su due vite parallele, che finiscono per incrociarsi, forse per caso, forse per destino. Due storie di vita che fanno della sofferenza un'indissolubile collante: la solitudine non conosce rimedi e il silenzio si rende assordante. L'infinito disorienta quando la vita è attanagliata dal senso di colpa o dalla stigmate di un handicap. L'autolesionismo e l'anoressia diventano segnali di espressione di una sofferenza altrimenti non contenbile. L'unico rimedio è l'attesa, la sensibilità per l'altro, la delicatezza di un'attenzione fondata su delicatissimi gesti di affetto. L'amore, quello vero, può accettare anche la rinuncia della dolce metà. Così, proprio quando pare che niente sia più recuperabile, la speranza tenue e flebile, pare affacciarsi in un orizzonte diverso, forse ancora incerto, ma finalmente dotato di una nuova bussola interiore.
Le mie riflessioni si sono rivolte spesso alle figure genitoriali che nel romanzo appaiono sorde, cieche, quasi indifferenti, totalmente incapaci di dialogare con i figli. 
La lettura procede spedita, nonostante la sofferenza sembri materilizzarsi in pagine di piombo, dure da girare. I protagonisti entrano nella carne come un coltello, e lasciano ferite aperte, difficili da rimarginare. Un romanzo imperdibile.

venerdì 31 gennaio 2014

"Magazzino 18" di Simone Cristicchi (2014)

Uno spettacolo teatrale di ricostruzione storica di una vicenda dolorosa: la memoria è qui carica di nostalgia, tristezza e rabbia. Purtroppo la rappresentazione teatrale di Firenze è stata disturbata dalla visita di un gruppo di giovani, che in nome di un'ideologia politica, pretendevano di informare persone che hanno vissuto sulla propria pelle la triste vicenda dell'esodo dall'istria, con l'intento di volerle convincere di un presunto revisionismo storico. Tra quelle persone anche mia madre, presente in sala. Si è trattata di una visita violenta, arrogante e volgare, che ha suscitato tensioni e rabbia nella platea presente. Finita l'invasione è iniziato lo spettacolo. Simone Cristicchi, bravissimo, ha con eleganza e singolare intensità emotiva, descritto quanto accaduto al popolo istriano, costretto a scappare da un enpasse sociopolotico, che ha provocato numerossissimi morti e inestimabile dolore. Al termine, la platea ha ringraziato il cantautore con un applauso lungo e intenso. Gli occhi degli anziani erano bagnati da lacrime di una ferita mai rimarginata. La nostalgia è dura a morire. La memoria mi riporta a quelle lacrime, che bagnavano anche gli occhi di mia nonna, vedova a soli 21 anni, quando tanti anni fa non trovava conforto in sere solitarie, passate con me ancora piccolo.