mercoledì 7 novembre 2012

"Il signore delle mosche" di William Golding. Titolo originale "Lord of the flies" (1954)

Non amo i reality show e non ne ho mai vista una puntata intera: mi sono solo affacciato per qualche istante quando mi sono abbandonato a quella pratica dello zapping che rende il telecomando di ogni casa più abile di una racchetta da tennis di Wimbledon. Ciononostante già le prime pagine del romanzo mi hanno portato a pensare al format televiso, che negli ultimi anni ha invaso (e contaminato) la TV di intrattenimento più popolare (e meno interessante) degli ultimi anni. Questa volta però si tratta di un romanzo sul quale il mio giudizio non può che essere positivo: un gruppo di minorenni è dimenticato su di un'isola dell'oceano a causa di un incidente aereo. Inizialmente il gruppo riesce a trovare le modalità per far fronte alle esigenze primarie di sopravvivenza. Nasce in fretta una gerarchia interna al gruppo ed un'organizzazione sociale che consente in qualche modo di pianificare interventi atti alla nutrizione dei più piccoli e alla costruzione di rifugi. Compiti e ruoli sono distribuiti (anche se con fatica) secondo criteri oggettivi e condivisibili: laddove non c'è la possibilità di partecipare alla decisione, uno dei protagonisti è stato eletto per assumersi la responsabilità delle decisioni. Ad un tratto gli equilibri sociali si rompono, le rivalità tra le due personalità più forti del gruppo prendono il sopravvento: l'organizzazione dei rapporti interpersonali è rapidamente stravolta, di conseguenza le vicende sull'isola precipitano, fino a rendersi drammatiche. Il comportamento dei ragazzini diventa violento e le azioni riflettono istanze dal carattere tribale: l'atmosefera si rende incandescente, il pericolo pare trasudare dalle pagine di Golding, e le emozioni negative dei protaginisti si sostituiscono al bene comune: i ragazzini (paradossalmente tutti provenienti dalla civilissima Inghilterra) agiscono ora come veri e propri selvaggi. Il romanzo cambia volto e la tensione appare degna di un noir. Trovo il romanzo molto intenso sul piano psicologico, perchè a ben vedere è l'elemento emozionale che scatena la frammentazione sociale dell'intera tragedia narrativa: il gruppo infatti si frantuma quando non riesce più a controllare la paura. Il panico e l'incertezza diventano intollerabili quando cresce il timore di essere assaliti da una belva che nessuno ha mai visto, ma che tutti immaginano, fino a concretizzarsi in una psicosi collettiva, dall'irresistibile suggestione ansiogena. Quanto realistica appare la metafora narrativa del romanzo di Golding, se solo proviamo a confrontare le vicende dell'isola con la nostra società moderna: l'ansia, la paura di essere schiacciati o di impazzire. Il timore di perdere il controllo si traduce nei tempi moderni nell'esigenza di confrontarsi col mostro in prima pagina, di cui si parla e si sparla senza fine e senza meta, con l'implicito scopo di creare un fantomatico nemico, al fine di creare un simulacro di amicizia o un'apparente condivisione. La freddezza affettiva fa da contraltare all'esigenza di anestetizzarsi dalla paura: l'uomo postmoderno appare così lontano dal gesto empatico, che sovente si notano per la strada comportamenti dall'eco antropologico, lontano da qualsivoglia civiltà. La rabbia e l'aggressività, l'egoismo e l'indifferenza: emozioni così comuni da apparire oggi accettabili in una normalità quotidiana priva di senso. Il solipsismo pare ci renda ciechi che brancolano nel buio, pur dotati di occhi e luce. Mi ricordo che un giorno, quando lavoravo come educatore in una comunità per tossicodipendenti e accmopagnavo in macchina un paziente che tornava in sede da una visita medica, il paziente stesso manifestò stupore perchè avevo lasciato la precedenza ad un pedone: quel paziente, di cui ricordo molto bene il nome e le caratteristiche personologiche, mi disse che avrebbe voluto diventare anche lui così calmo da poter un giorno avere la pazienza di lasciare attraversare un pedone. Si trattò di una lezione che probabilmente non esite in uno scaffale intero di enciclopedia: il disagio mentale ci rende chiusi all'altro, incapaci di limitare il nostro ego a vantaggio di chi sta al nostro fianco. Per tornare al romanzo, le pagine di Golding ci consentono di riflettere su quanto sia importante concedersi la possibilità di prendere contatto con le emozioni, questa volta in termini maturi, al fine di non lasciare che la paura prenda il sopravvento sulla razionalità, affinchè il bene comune della collettività non sia lasciato indifeso innanzi alle istanze distruttive presenti nella natura umana.

sabato 20 ottobre 2012

"Qualcuno con cui correre" di David Grossmann. Titolo originale "Misheu Laruz Ito" (2001)

Nei libri le azioni, gli eventi e la trama stessa del racconto possono prestarsi ad una complessa metafora della vita. Ebbene, in "Qualcuno con cui correre" l'inseguimento di un cane da parte di un giovane che lavora per il servizio civico degli accalappiacani si presta sin dalle prime scene a innumerevoli suggerimenti di riflessioni di un mondo in cui gli adulti appaiono troppo distratti nei confronti dei minori, lasciati a se stessi per risolvere le proprie tragedie. Una corsa a perdifiato, metafora del tempo che sfugge e che si porta via attimi preziosi, ma anche dell'urgenza necessaria per raggiungere gli obiettivi della vita, quelli importanti. Non sappiamo dove il protagonista sta andando, e non lo sa neanche lui, come spesso capita nella vita di tutti noi. A guidare Assaf (questo è il nome del giovane) è un cane, che scappa per strade sconosciute, dove la folla si mischia in una molteplicità di colori, odori, scene, personaggi: il giovane ha inatti il compito di individuare la padrona del cane e di consegnare la multa per averlo abbandonato. La lettura pare accellerare il battito cardiaco per una prestazione fisica ben al di sopra delle nostre capacità atletiche. Corri corri, le pagine scivolano rapidamente anch'esse e la trama del libro prende presto quota, fino a diventare così complessa da farci venire quasi le vertigini. Tanti sono i temi toccati: la solitudine, la paura, la tossicodipendenza, l'abbandono e lo sfruttamento dei minori, le sette, il maltrattamento e la segregazione, la manipolazione, la violenza, il pericolo. La profondità psicologica dei personaggi è curata con attenzione dall'autore, così le relazioni interpersonali lasciano immaginare le aspettative reciproche tra i soggetti coinvolti, in un rapporto che mano a mano diventa sempre più intimo e finisce per coinvolgere il lettore: ci si sente presto immersi nella città di Gerusalemme e l'immaginazione sembra scatenarsi a sentire gli odori e vedere le scene dei protagonisti. Il romanzo è capace di creare una sorta di spazio virtuale in cui ci si sente realmente immersi. Ad aumentare la tensione, una trama che assume i sapori di un giallo, che non sfugge ad un impegno sociale, dal retrogusto amaro di un mondo che pare non avere alcun interesse a tutelare i minori, specie quelli esposti all'emarginazione sociale. A sigillare quest'ultima nota, fino a trovare una via di uscita nell'arte e, in particolare nella musica, c'è il tema dell'amore e del coraggio di perseguire fino in fondo i nostri obiettivi. Non nascondo che il ruolo riservato dal racconto alla musica, la mia preferita espressione artistica, contribuisce per me a rendere il romanzo di particolare fascino, tanto che nel mio impegno a fondare e seguire una scuola di musica indirizzato ai bambini e all'intento di rendere la musica veicolo di socializzazione, c'è un po' anche l'eco della penna di Grossmann.

lunedì 15 ottobre 2012

"Le libere donne di Magliano" (1953) di Mario Tobino

La mia generazione di psicologi-psichiatri non conosce gli istituti manicomiali, se non per averne sentito parlare o per averne letta qualche notizia sui libri o sui manuali che hanno contribuito alla nostra formazione. In Italia i manicomi sono chiusi dalla legge Basaglia, la Legge 180 del 1978: non voglio soffermarmi sulle complesse ripercussioni da essa comportata sulla comunità, tuttavia mi si lasci solo accennare che la legge Basaglia torna ciclicamente ad essere criticata in modo (a dir poco) sconsiderato, tanto più alla luce del livello di inciviltà che abbiamo raggiunto (e pare che in materia non ci sia mai fine al peggio) nell'altro colosso istituzionale di chiusura totale, quale è il carcere e, con esso, l'unico residuo manicomiale ancora aperto: recenti servizi televisivi dimostrano che gli ospedali psichiatrici giudiziari possono essere considerati record di disumanità moderna in Italia sia nell'igiene delle infrastrutture, sia nelle attenzioni riservate agli ospiti, non a caso definiti ancora oggi "internati". Diciamolo con chiarezza: la chiusura del malato di mente (specie così concepita in termini meramente repressivi e punitivi, oltre che umilanti) risponde (forse) ad un'esigenza della collettività, ma certo non guarisce la persona malata. Ai tempi della Legge Basaglia avevo appena 8 anni, pertanto ero in terza elementare. Ricordo la testimonianza di un genitore di uno dei miei compagni di classe, un fotografo, che veniva in aula a parlarci di tempi di esposizione e messa a fuoco dell'immagine. In occasione di una delle sue visite illustrò alcune fotografie scattate all'interno del manicomio di Firenze, il San Salvi. Non so perchè scelse proprio questa materia così delicata e sensibile, specie per bambini così piccoli quali eravamo noi all'epoca, ma immagino che il suo interesse per il manicomio derivasse dal fervore che in quegli anni nutrì l'opinione pubblica sull'argomento. Ricordo che già in quella tenera età, la prima sensazione in me destata da quelle immagini fosse la curiosità: avrei voluto sapere come veniva scandita la giornata all'interno di quelle mura invalicabili. Desideravo confrontarmi con quelle persone bizzarre, che erano là dentro ospitate. Molto probabilmente quella testimonianza fu il primo mio contatto con la malattia mentale e non so dire se quella circostanza ha in qualche modo contribuito alla successiva scelta di studiare psicologia. A causa della mia età, ricordo solo vagamente il dibattito che in quegli anni accompagnò la legge Basaglia, di cui naturalmente ho letto più a fondo negli anni della mia formazione professionale. "Le Libere donne di Magliano" è un libro che apre una finestra su quei luoghi segreti. La penna di Mario Tobino, psichiatra oltre che scrittore, si rende veicolo di una testimonianza che riesce ad unire la presenza professionale dello scrittore, alla sua preziosa sensibilità umana. Dispongo della seconda edizione del romanzo, la cui prefazione è scritta nel 1964, dove si fa appello ai "sani" di essere più attenti ai "malati di mente" (le virgolette stanno a significare la citazione letterale della definizione dell'autore): Tobino si permette un velato gesto di trasparenza, lasciando intendere quanto sia usurante vivere a contatto con la malattia mentale (oggi si parla di burnout), pertanto chiede già negli anni '60 maggiori investimenti a favore delle persone colpite dalle turbe pischiche, individuando la necessità di coinvolgere maggiori professionisti medici e infermieri. Nella medesima prefazione si fa cenno all'introduzione dei farmaci avvenuta nel corso dei dieci anni che intercorrono dalla prima edizione: l'autore accoglie con atteggiamento critico l'introduzione dell'apporto farmacologico, perchè se da una parte il farmaco aiuta alcuni ospiti ad uscire dalla follia, da un'altra parte esso rappresenta agli occhi dell'autore un ambivalente ulteriore camicia di forza della psiche umana: siamo sicuri, si chiede Tobino, che mettendo a tacere le urla dei malati mentali, non li rendiamo più tristi? La domanda è tutt'altro che superata: sappiamo quali sono le potenzialità dei farmaci psichiatrici (peraltro oggi anni luce più evoluti dai farmaci di cui disponeva Tobino allora) e sappiamo quali sono le difficoltà di adesione al trattamento farmacologico di molte persone sofferenti (in linguaggio moderno la tematica è definita col termine compliance). Già in quegli anni Tobino riscontra nella figura delle psicologo il possibile strumento di dialogo tra istanze che rischiano di rimanere separate: l'atteggiamento medico-biologico da una parte e la valenza umana ed esistenziale dall'altra, da cui deriva la necessità di un incontro "da uomo a uomo" (a dimostrazione della modernità di tale aproccio, mi si lasci ricordare 1) che Rogers, l'autore capostipite della scuola di psicoterapia che guida il mio metodo terapeutico, usa dire "da persona a persona"; 2) che Martin Buber sottolinea l'importanza di un rapporto dialogico, all'interno del quale l'io si fonde col tu, a formare una relazione che può essere terapeutica solo se veicola un dialogo nel quale chi cura ha una tale considerazione chi è curato da lasciarsi modificare da quest'ultimo). Oggi sappiamo che le due istanze (quella medico-farmacologica e quella psicologico-esistenziale) trovano una giusta collocazione solo all'interno di un sereno dialogo tra professionisti di diversa estrazione formativa: finalmente lo psichiatra e lo psicologo hanno smesso di sentirsi in competizione, consapevoli del contributo specifico che ciascuno dei due può portare in una materia troppo complessa per poterla anche solo immaginare scotomizzata da inutili preconcetti ideologici. Qui c'è a mio parere il valore del libro (un vero e proprio diario dello psichiatra Tobino) qui commentato: non solo il pregio di descrivere la vita interna dell'istituto manicomiale di Lucca, ma anche il valore aggiunto di dar luce alla malattia mentale, con un linguaggio classico nei termini, ma tutto moderno nelle intenzioni, tese a restituire agli ospiti il diritto di provare passioni, idee, motivazioni e bisogni: i malati mentali non sono soggetti alieni alla natura umana, ma persone con vissuti personali degni di rispetto e di fiducia, con le quali è necessario dialogare. Consiglio la lettura a tutti, ma soprattutto la consiglio agli psicologi e agli psichiatri in formazione, per maturare una professione che ha bisogno della capacità di incontrare le persone, prima ancora che di tecniche, più o meno sofisticate che siano.

sabato 13 ottobre 2012

"1984" di George Orwell (1948)

Cosa succederebbe se qualcuno agisse in modo sistematico sulla storia, concellando ogni traccia del nostro passato e sostituendola con una realtà ricostruita ad hoc per manipolare l'anima di un'intera collettività, trasformando gli individui in stupidi fanatici di un'ideologia priva di valori etici? E cosa accadrebbe se il controllo della cittadinanza fosse esteso al pensiero o alle intenzioni individuali attraverso la persecuzione di una "psicopolizia" che, in nome della sicurezza collettiva, cercasse presunti rivoluzionari nelle mere ambizioni emozionali di ciascuno di noi? E se persino il linguaggio fosse oggetto di un drastico snellimento lessicale per impedire e ostacolare il pensiero? George Orwell (1903 - 1950), nel suo romanzo profetico "1984", descrive una società raccapricciante, costruita per ridurre ogni libertà umana e limitare ogni capacità volitiva e motivazionale delle persone. Per tanti (troppi) aspetti, la società immaginata da Orwell assomiglia alla società post-moderna da noi popolata quotidianamente, e fin troppo abbandonata ai poteri di fatto incontrastati del mercato. A dimostrazione di quanto sia importante il romanzo di Orwell, non c'è saggio sulla società contemporanea che non si confronti in qualche misura sul valore profetico dell'opera qui esaminata. Da un punto di vista psicologico mi chiedo se un sistema totalizzante può d'avvero inibire qualsiasi iniziativa motivazionale dell'inividuo. Non dico quale risposta fornisce l'autore (lascio la sorpresa a chi voglia leggere il volume), tuttavia mi sembra importante provare ad analizzare quanto l'uomo post-moderno sia in grado di resistere ai condizionamenti operati dai mezzi di comunicazione di massa. Appare innegabile l'influenza dei media, tuttavia non voglio cedere al pessimismo più cupo: conservo la convinzione che il singolo individuo possa coltivare le risorse per confrontarsi in modo critico con il bombardamento mediatico. Come fare? Aggrappandosi tenacemente alla valutazione di quali sono i veri bisogni personali, senza lasciare che nessuno si sostituisca al potere personale di decidere cosa è bene e cosa è male per noi stessi. La verità è solo nella nostra esperienza, purchè siamo psicologicamente flessibili e disposti a prendere atto delle informazioni che provengono dal contesto in cui viviamo e dalle esperienze che mano a mano ci offre la vita quotidiana. Troppo spesso, per il timore di confrontarsi con i fatti della vita, ci rifugiamo in false convinzioni, talvolta di natura dogmatica, tal'altra di semplice superstizione o pregiudizio. Non è un caso che il disturbo d'ansia sia così diffuso nella società attuale: ci siamo alienati dalle tradizioni che costituiscono la nostra cultura, siamo diventati privi di una vera e propria identità, ci fidiamo della conoscenza scientista, prima che di noi stessi. Non sappiamo più cosa vogliamo e quale obiettivo perseguire, lasciamo che fantomatici tecnici diano suggerimenti di come annientare preoccupazioni, entusiasmi, aspirazioni. Ci siamo anestetizzati attraverso le medicine e l'edonismo, barattando inconsapevolmente il senso della vita con i piaceri momentanei. Per questa ragione il ruolo dello psicologo (che non prescrive farmaci) è ingenuamente inteso da molte persone come un ruolo superficiale e arbitrario. Nella realtà lo psicologo aiuta le persone a riscoprire le proprie risorse personali. In altre parole, di contrastare quella visione disfattista e rinunciataria secondo la quale niente più è possibile: chi rimane vittima del nichilismo, in realtà tenta di evitare la sfida della vita, nel timore (consapevole o inconsapevole) di confrontarsi prima o poi con la possibilità di rivedere le proprie scelte iniziali, rinunciando alla realizzazione dei progetti personali. Garantito: in questo modo la frustrazione e la delusione prendono il sopravvento sulla speranza e la progettualità. La pesantezza si sostituisce alla gioia di vivere e, come petrolio sulle ali dei gabbiani finiti in un oceano inquinato, il pessimismo finisce per ostacolare il volo, costringendoci ad una quotidiana noiosa monotonia, priva di stimoli. Quante volte in studio mi confronto con persone che hanno perso ogni speranza e si danno per sconfitte prima di mettersi in gioco? Accettano la morte, prima ancora di sfidare la vita, perchè temono il fallimento, prima ancora di tentare di realizzare i propri sogni. La cultura dominante odierna non aiuta a recuperare la fiducia. In un mondo sempre più apatico, nel quale la tecnica sostituisce la relazione, persino la nostra esperienza di vita sembra ridotta a scatolette commerciali, al pari della carne e delle verdure che mangiamo, giacchè l'appetito sembra guidato dalla pubblicità prima che dalla sensazione della fame. Quanto siamo in grado di mantenere la speranza e conservare quello spirito di iniziativa che costituisce la nostra realizzazione personale? Il pensiero va alle tragiche esperienze dei regimi totalitari. Mi sia consentita una citazione: come ben descrive Primo Levi, persino nei campi di concentramento le persone non finivano di sognare il cibo e di anelare alla vita fino all'ultimo istante, sebbene il contesto in cui erano costretti a morire comunicasse in ogni momento e in ogni dettaglio che non c'era alcuna speranza di uscire vivi da una macchina costruita solo per uccidere. Proprio in quella speranza, talvolta dal sapore utopico, si colloca il senso della vita. Una visione ottimistica della natura umana e dell'universo intero, che trova espressione metaforica nell'ultima stampella lanciata sul fronte contro il nemico, non tanto nel vano tentativo di colpirlo, quanto nella piena consapevolezza di comunicare al mondo intero: "No, io non ci sto! Io rinnego ogni forma di sopruso e rivendico la mia libertà, battendomi per la libertà e il rispetto di chiunque". Retorica? No, ideali a cui non voglio rinunciare, per niente al mondo!

mercoledì 10 ottobre 2012

"Lo struscio fiorentino" di Franco Ciarleglio, tipografia Bertelli

Ogni città ha una sua singolare personalità in parte ereditata dal passato, in parte modellata dalle persone che quotidianamente la vivono. Ogni volta che mi reco in una città nuova, immagino cosa potrebbero dirmi le statue, le facciate dei palazzi e persino le pietre se potessero parlarmi. Pagherei oro per incontrare un qualsiasi cittadino del passato e chiedergli come si vive nella sua città nel corso degli anni della sua vita: partecipare alle usanze popolari, gustare i suoi cibi, spiare nelle case per osservare il clima familiare, le credenze, le aspettative, le delusioni. Se le pietre potessero parlare! Chi sa quale immagine avremmo della nostra città. Ebbene, questo libro riesce ad avverare il mio sogno. Le usanze popolari e le credenze della Firenze antica, così come sono testimoniate da tanti e tanti dettagli evidenziati in pagine di storia scritte in modo leggero e divertente. Da quando ho letto questo libro mi sento un po' più fiorentino: lo suggerisco a Marchionne, che parla prima di pensare, ammesso che il suo pensiero possa apprezzare la bellezza di una città che certo non merita i tristi apprezzamenti oggi formulati nei nostri confronti. Permettetemi di andare fuori tema e di sfruttare un libro d'arte per parlare della cronaca odierna. Vi propongo alcune brevi considerazioni, che vogliono evocare i commenti formulati sulla lettura di Bauman, commentato su questo blog appena poche settimane fa. A fronte del suo concetto di "povertà" (la frase del a.d. della Fiat evoca Firenze come piccola e povera città), cosa può rappresentare un personaggio come Marchionne se non l'espressione di una globalizzazione imperante, che tenta di convincere l'opinione pubblica sulla presunta necessità di indebolire i diritti dei lavoratori in nome di un progresso che sta in realtà aumentando le classi sociali povere a vantaggio dei pochi ricchi? La ricchezza di una società non può essere contabilizzata solo attraverso il Pil: del resto la concezione meramente economica e commerciale della società sta ormai dimostrando i suoi limiti in tutti i paesi industrializzati. Prendere coscienza di tali fenomeni significa anche ribellarsi e non cedere alla manipolazione dell'informazione, in virtù della difesa dei diritti dei più deboli e del benessere collettivo. Tornando al libro qui commentato, nella sue pagine si ha l'opportunità di apprezzare il significato di vecchi detti o espressioni popolari, in virtù di una concezione della società a mio parere alternativa alla depersonalizzazione dell'epoca post-moderna, il cui contrasto ci spinge alla ricerca della valorizzazione delle tradizioni.

giovedì 6 settembre 2012

"La solitudine del cittadino globale" di Zygmunt Bauman. Titolo originale "In search of politics" (1999) edizione Feltrinelli, tradotto dall'inglese da Giovanni Bettini

Tutti noi ci sentiamo in un costante stato di ansia, che condiziona la qualità di vita. La quotidianità dell'uomo post-moderno è tristemente caratterizzata da senso di instabilità e insicurezza: i timori prevalgono sulle speranze. Bauman registra i sentimenti che accompagnano l'uomo post-moderno e attribuisce la causa di tali vissuti alla globalizzazione e, in particolare, al conseguente sopravvento dei poteri economici internazionali sui poteri politici, che sono rimasti eccessivamente radicati a logiche locali. Non solo assistiamo alla progressiva impotenza dei politici innanzi allo strapotere dei mercati, ma appare ormai evidente il progressivo assoggettarsi di tutti gli strati sociali alle logiche privatistiche dell'economica. Persino gli intellettuali hanno rinunciato ad un impegno teso al bene comune per un asservimento professionale alla tecnica, e al consumismo, accettando incarichi che contribuiscono ancora una volta alla visione scotomizzata di una società, sempre più debole e impotente innanzi alle manovre massificatorie che aumentano i guadagni delle vendite, abbassando i costi di produzione. L'uomo post-moderno si trova così schiacciato da forze economiche, che hanno l'interesse di omologare l'intera società ad un'unica matrice consumistica, annullando le differenze individuali e rendendo le società locali estranee alle proprie tradizioni: la cultura è pericolosamente esposta alla mercé di interessi economici. C'è una qualche speranza di recuperare la dimensione umana? Apparentemente no, perchè l'uomo post-moderno subisce la percezione che non ci sia la possibilità di scegliere alternative all'attuale deriva consumistica. La speranze di Bauman trova luce solo a condizione che la soluzione sia strutturale e abbia il potete di incidere sugli equilibri internazionali tra sfera pubblica e privata. Sempre più urgente risulta abbandonare la logica del mutuo scambio (io ti do solo se tu mi dai) e recuperare un'area di reciprocità (riconosco in te parte di me: interessante notare che in psicoloterapia Rogers scopre l'empatia come strumento di cura). Ancora in termini propositivi Bauman auspica lo sviluppo di un dialogo intermedio tra pubblico e privato: un'agorà tesa a stimolare la critica e la riflessione come antidoto a risposte rigide e stereotipate. Si tratta di una dimensione democratica che consenta alla politica di rinunciare a miopi interventi populisti. Non abbiamo più bisogno di promesse particolarmente allettanti: il politico deve guadagnare il coraggio di ammettere che la vita può riservare anche l'impossibilità di risolvere i problemi. Non è l'illusionista garanzia di felicità ad avvicinarci alla dimensione esistenziale dell'uomo. Adesso abbiamo bisogno di provvedimenti coraggiosi a favore delle persone e non più del mercato: in psicologia umanista si dice di collocare la persona al centro. Come psicologo ho trovato tantissimi spunti di riflessione in questo libro, che per la verità offre il fianco a composite chiavi di lettura di estrazione sociologica, politica, psicologica e persino antropologica. Allo psicologo, in particolare, il libro ricorda che la sofferenza umana va intesa in stretta connessione con la società in cui la persona vive e con i paradossi sociali ed economici, che inevitabilmente finiscono per influenzare il benessere psichico del cittadino. Quale è la definizione di crisi in una società sempre in crisi? Come aiutare il cittadino che ha perso qualsiasi strumento di previsione del proprio destino? È possibile continuare ad illudersi che il solo consumo di beni e servizi materiali possano restituire un senso alla nostra vita? Non si tratta di domande solo teoriche, perchè nel mio studio arrivano persone che realmente rimangono vittime di una società scotomizzata, caraterizzata da un forte potere patogeno. Siamo vittime di una vera e propria scissione tra ciò che siamo e ciò che crediamo di essere: c'è uno strappo tra le nostre origini tradizionali e le nostre mete, ormai perse in miopi obiettivi fugaci e relativi. Perduta la dimensione esistenziale attraverso un vero e proprio compromesso consumistico, abbiamo gettato alle ortiche la possibilità di confrontarci con l'assoluto, in una dimensione culturale ormai dimenticata, che trovava nella morte l'occasione per valorizzare la vita. Così sempre più ci sentiamo rapiti in un'ansia pervasiva, che trova la sua patologica (ma comprensibile) motivazione nel timore di continuare a sprecare la propria esistenza, senza riuscire ad attribuirle un qualche senso nella storia dell'umanità. A mio parere proprio in questa dimensione ansiogena derivante dalla dissociazione tra aspettative e desideri soddisfatti, può prendere ruolo la figura professionale dello psicologo, che facilita lo sviluppo di un'autoconsapevolezza, sempre più rara nella società post-moderna, ma proprio perchè rara, sempre più preziosa.

martedì 21 agosto 2012

"L'orologiaio di Everton" di Georges Simenon (1954)

Il romanzo, scritto da Georges Simenon nel 1954 (tradotto in italiano nel 2005), ha un sapore noir, ma sarebbe a mio parere riduttivo considerare l'opera come espressione di un solo genere letterario. Composite sono le chiavi di lettura a cui si presta il racconto, scritto con una particolare attenzione per le emozioni che provano i protagonisti, prima che per le loro vicende. Il racconto sembra delineare un viaggio introspettivo nei vissuti dei personaggi, da qui la prima associazione con la vita reale: tutti noi ci lasciamo guidare da come interpretiamo i fatti che ci capitano, prima ancora che dai fatti stessi. L'autore sembra esitare nel procedere col racconto, per dare spazio ad apparenti dettagli ambientali, che provocano l'effetto di tenere il lettore in sospeso. La lettura è piacevole. I dialoghi sono arricchiti dai silenzi. Gli oggetti, la dislocazione delle case, i colori delle strade. Ogni cosa si integra a formare un intero mondo fenomenologico, ovvero visto oltre la sterile oggettività, attraverso gli occhi di chi guarda. Il ritmo della lettura sembra trascendere i normali riferimenti temporali: lo stesso respiro del lettore sembra rallentarsi, in sintonia con la narrazione. Il mistero dei personaggi, spesso dalla personalità scontrosa, chiusa e imprescrutabile, sembra evocare il mistero della conoscenza umana. Come in una dialettica di contrapposti, l'attenzione si focalizza sulla riflessione, il profondo e l'essenziale, lasciando sullo sfondo la banalità, la superficialità e il superfluo. Mentre si legge l'opera viene quasi spontaneo chiedersi: come mi sarei sentito io al suo posto? I personaggi all'interno del racconto diventano termini di confronto con se stessi: ciò che di più intimo appartiene ai personaggi, l'anima, viene qui reso esplicito, delicatamente, e oggettivato con semplicità, attraverso i dialoghi, ma anche attraverso le vicende che articolano la storia dei personaggi stessi. Il tema principale del romanzo riguarda la relazione tra genitori e figli. C'è un interrogativo che sembra risuonare ossessivamente. Siamo sicuri di conoscere i nostri figli? E se improvvisamente il loro comportamento apparisse imprevedibile e la loro stessa natura dovesse assumere i caratteri di una mostruosità che mai prima di allora avesse destato il minimo sospetto? Su di un piano filosofico il tema evoca l'etica di Levinas, secondo la quale la conoscenza dell'Altro è una vera e propria illusione. Mai potremo conoscere veramente chi vive al nostro fianco. Da qui l'indicazione che ci si comporta in modo etico quando si agisce come ci si aspetterebbe che gli altri si comportassero con noi, all'interno di un reciproco patto di alterità. Ma un'altra riflessione mi piace qui proporre, questa volta di matrice psicologica: il protagonista del romanzo, il padre, non è riuscito a sviluppare un dialogo col figlio, è convinto di conoscerlo meglio di chiunque altro in un rapporto esclusivo, fondato su gesti e movimenti ripetuti invariabilmente nel corso degli anni, fino a divenire prevedibili, per non dire scontati. L'abitudine in famiglia e nelle relazioni affettive: l'argomento insinua a mio avviso la trappola in cui cascano molte famiglie. Nella professione di psicologo incontro persone che chiedono di essere aiutate e mi riferiscono che hanno perso l'abitudine di parlare: in famiglia troppo spesso gli impliciti si sostituiscono alla relazione. Sembra che la collettività sia affetta da un'epidemia che minaccia la capacità di dialogare, mettendo in crisi quella sana curiosità di interesse reciproco, che dovrebbe invece motivare le famiglie a rimanere unite. Incontro interi nuclei familiari che si lasciano così sopraffare da quella quotidianità, noiosa e ripetitiva, foriera di un disinteresse reciproco che spalanca le porte ad una pesante sensazione di infelicità. Quante volte ci sentiamo soli in casa nostra? Quante volte abbiamo la sensazione di non essere capiti e di tirare avanti in famiglia senza alcuna motivazione a introdurre un qualche cambiamento nelle abitudini di casa? Il consiglio che mi sento di dare alle persone che chiedono il mio parere è di imparare a non dare per scontato neanche le minime attenzioni nei confronti delle persone a cui teniamo, coltivare ogni giorno un sincero interessamento, senza rinunciare a nostra volta ad esporre i nostri vissuti, desideri, aspettative. Parola d'ordine: dialogoare! Trarre spunto da qualsiasi cosa, pur di dialogare. Parlare, raccontare e non rinunciare mai a tale obiettivo, neanche davanti alle persistenti resistenze dei figli adolescenti, piuttosto che dei mariti/mogli stanchi per il lavoro. E poi, dall'altra parte, valorizzare il gesto di attenzione effettuato da chi sta vicino a noi. Capita che le persone non siano soddisfatte di una determinata attenzione, solo se questa è stata esplicitamente chiesta. Insomma: mi hai comprato i fiori o mi hai fatto il regalo di compleanno, ma se te l'ho chiesto non vale. Secondo il mio parere, in questo modo si rischia di ingaggiare una reciproca sequela di rivendicazioni e aspettative deluse, che si finisce per cadere presto in un baratro di rancori e pesanti fardelli relazionali. Naturalmente capisco anche la logica che sottende tal genere di aspettative, perchè se qualcuno si accorge di noi, senza che noi gli indichiamo dove siamo con i nostri desideri, ci sentiamo compresi, da qui la sfida di cogliere al volo il bisogno dell'altro e agire spontaneamente d'anticipo. Tuttavia credo che esista un'altra sfida, complementare: andare oltre la miope rivendicazione dei propri desideri personali: rendere esplicito il sottinteso e oggettivare ció che insieme ci puó rendere felici, nella fiducia che il clima familiare vada curato anche attraverso la capacità di cedere qualcosa di sè a beneficio dell'intera famiglia. In conclusione, il romanzo dimostra una particolare sensibilità dell'autore per quel mondo sterminato che riguarda le emozioni e i vissuti delle persone. Quanto emerge delle personalità dei personaggi è tutt'altro che scontato, sebbene sempre coerente. Il romanzo quindi può essere letto con l'intento di cogliere quali drammi possono conseguire alla carenza di dialogo in famiglia. Consiglio di leggere il romanzo a chiunque.

lunedì 13 agosto 2012

"Post office" di Charles Bukowski (1971)

Il romanzo narra le vicende del protagonista, Chinaski: dalla personalità libera, il suo smodato stile di vita contrasta con una cultura americana degli anni '70, fin troppo perbenista, giudicante e omologante. Se da una parte il Chinaski ama trascorrere nottate intere passate in compagnia di donne e fiumi di alcol, dall'altra parte le sue indomabili inclinazioni si scontrano con i turni lavorativi delle poste presso le quali lavora. Diciamolo: chi non vorrebbe essere, anche solo per una sola notte, come il nostro Chinaski? Il protagonista non può che suscitare simpatia al lettore: è vivo, nel senso che ha il coraggio di viversi le contraddizioni della vita fino all'ultima emozione, costi quel che costi. Questa è una qualità apprezzabile se l'alternativa è quella di rimanere intrappolati nelle ipocrisie del perbenista, piuttosto che nei pregiudizi del moralista.
Il romanzo può essere letto come una ottima metafora del difficile equilibrio che tutti noi sperimentiamo tra le libertà individuali e i condizionamenti sociali. Naturalmente io faccio il tifo per le prime e osteggio le seconde. Da questo punto di vista mi sentirei di consigliare il romanzo a chi ha delle difficoltà ad assecondare le proprie emozioni per un senso del dovere un po' troppo rigido oppure per un'adesione fin troppo stereotipata e dogmatica ai dettami moralisti.
Tuttavia la lettura del romanzo suscita in me una riflessione dalla quale non posso esimermi: con tutta la comprensione delle persone rimaste vittime delle pastoie dell'alcol, trovo che il romanzo sia ambivalente circa l'impiego di tutte le sostanze psicoattive. Troppo poco chiara mi è apparsa la sottolineatura dei rischi che l'alcol comporta per la salute delle persone. Vero è che uno dei personaggi del romanzo muore a causa dell'alcol, e tutto ciò basterebbe per il messaggio ai lettori, tuttavia fin troppo mitizzata mi pare l'immagine riservata dall'autore del romanzo alle bevute e agli stravolgimenti da esse provocate in termini di intossicazione acuta. 
So di rendermi impopolare con le parole che sto per scrivere, tuttavia come psicologo e come esperto di trattamento delle problematiche alcol-correlate lo devo qui dichiarare con chiarezza: l'alcol uccide e provoca danni alla salute, la cui gravità è propozionata alla quantità di alcol assunto.
Come insegna Hudolin, sta nella responsabilità di ciascuno di noi bere il meno possibile. 
Ho conosciuto fin troppe persone che hanno gettato la propria vita in una bottiglia, con irrimediabili conseguenze per la salute personale e per il benessere di interi nuclei familiari. Come criminologo ho visto fin troppi omicidi provocati dall'assunzione di alcol e dalla conseguente diminuzione del controllo che l'alcol comporta in momenti di ira o in conflitti personali.
Vogliamo parlare degli incidenti stradali? Molte persone non sono ancora sufficientemente sensibili sui pericoli che l'alcol comporta se assunto anche in modica quantità prima di guidare. 
Purtroppo molti cittadini, adulti e adolescenti, sono convinti che senza l'alcol non è possibile stare bene.  In realtà la felicità non è nella sostanza, ma nella vita.
Ancora alune riflessioni sull'alcol. Come rendersi conto se il nostro bere è problematico? Posso ritenere che qualcosa non va quando all'alcol si chiede di rispondere a esigenze che vadano oltre la semplice bevuta: bevo per sentirmi meglio, per tirarmi su, per facilitare il mio approccio alla vita, per affogare i miei dolori. Ancora, mi devo chiedere se il mio bere si problematico quando non posso fare a meno di quella determinata bevuta quotidiana, mentre cucino oppure mentre mangio, mentre avvicino una possibile partner oppure mentre studio, ecc. ecc.
Volete provare un semplice test teso a saggiare il livello di problematicità del vostro bere? Provate a privarvi dell'alcol per un certo periodo di tempo, per sempio per una settimana, ed osservate le conseguenze su voi stessi e sui vostri amici, parenti e conoscenti. Vi renderete conto che il bere è molto più pervasivo nel nostro stile di vita di quanto immaginiate.
Consigli per chi si rendesse conto di essere incatenato in un'assunzione problematica di alcol? rivolgersi ad uno specialista delle problematiche alcol-correlate (i servizi pubblici dedicati alla materia si chiama Ser.T., ogni città ne dispone di una intera rete) e trovare gruppi di sostegno, siano essi Alcolisti Anonimi (A.A.) piuttosto che Club di Alcolisti in Trattamento (C.A.T.).
Per tornare al libro e alla simpatia che suscita il protagonista, mi chiedo se sia così necessario esporre la propria vita a tanti pericoli. Io credo che la scommessa sia proprio questa: non tiriamoci indietro, impariamo a godere di quanto ci capita, troviamo il coraggio di andare fino in fondo alla nostra vita, giorno per giorno, come fosse sempre l'ultimo istante, amiamo con tutti noi stessi i nostri cari, dedichiamoci al cento per cento alle nostre passioni, respiriamo a pieni polmoni l'aria che ci piace, nutriamo i nostri cervelli dei libri che ci fanno impazzire, esponiamoci alla musica che ci fa sobbalzare ed emozionare. Guardiamo i film che ci fanno sognare, dedichiamoci alle persone che ci fanno sentire desiderati, importanti, amati. Corteggiamo la persona che ci stimola la fantasia: con coraggio, accettiamo il rischio del rifiuto, ma non rinunciamo a metterci in gioco nella fantastica giostra delle relazioni affettive. Rendiamoci plastici, pieghiamoci con umiltà a qualsiasi situazione e mettiamo da parte i nostri ruoli istituzionali. Preferiamo la semplicità alla complessità: i veri grandi sono umili. Non diamo per scontato anche il più semplice "ti voglio bene" dei nostri figli, guardiamo con curiosità tutto ciò che ci capita intorno e non stanchiamoci di riflettere, ragionare, confrontarci. Impariamo dagli altri, chiunque essi siano. Cerchiamo di calarci nei loro vissuti. Chiediamoci, incantati dalla vita, cosa possiamo prendere dall'esperienza, qualsiasi essa sia, bella o brutta che appaia: niente è mai perduto, tutto è guadagnato. Gridiamo all'intero mondo quanto stiamo provando, condividiamo le nostre emozioni, impariamo a godere di una semplice cortesia ricevuta o donata, sviluppiamo l'occhio della comprensione e chiudiamo quello del pregiudizio (Carl Rogers esprimeva il desiderio di imparare ad ascolatare le persone fino a non provare la necessità di giudicarle). Preferiamo l'indulgenza alla condanna. Censuriamo ogni forma di violenza, di sopruso e di condizionamento. Promuoviamo la libertà. La vita fluisce nelle nostre vene giorno per giorno, il cuore batte senza mai smettere, la respirazione soddisfa i nostri polmoni senza che noi ce ne accorgiamo: appreziamo anche solo i ritmi del nostro corpo, che autonomamente ci consente di piangere e gioire. Rivolgiamoci col sorriso alle persone che incontriamo per strada e prendiamo sul serio le persone che scelgono di confidarci qualcosa di loro. Un segreto, raro come l'oro, brilla nel buio come un diamante, se sappiamo solo tutelarlo con rispetto di chi lo ha confidato con timidezza. Comunichiamo con chiunque, apriamoci alla vita. Cerchiamo di evitare l'esposizione a sostanze e attività che possono impedirci tutto questo.
In conclusione: siamo felici, giocamoci la vita senza metterla in pericolo.

giovedì 19 luglio 2012

"Una vita violenta" di Pier Paolo Pasolini (1959)

Da considerarsi un classico della letteratura italiana, "Una vita violenta" coglie le radici di una cultura emarginante, una collettività responsabile di fenomeni sociali forieri di discriminazione e devianza.
Il romanzo di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 - Ostia, 1975) narra la storia del piccolo Tommaso, che con la sua personalità suscita un intero ventaglio di emozioni: dalla tenerezza, alla rabbia, l'orrore, la delusione, il rifiuto, la voglia di riscatto, le aspettative deluse, la tristezza, l'orgoglio.
La storia del romanzo si ambienta nel dopoguerra, tuttavia può essere considerata attuale per le difficoltà che ostacolano i giovani e la loro realizzazione personale.
La violenza è l'elemento comune all'intera esperienza esistenziale del protagonista e del contesto sociale in cui cresce: una violenza sottoculturale, che risponde a diverse necessità, come strumento di difesa, ma anche come mezzo di divertimento. La prevaricazione appare esercitata con una tale facilità, che il lettore rimane sbalordito, col fiato sospeso per la non curanza delle conseguenze di tanta aggressività.
Pensando alla storia di Pier Paolo Pasolini e al suo tragico epilogo, non si può fare a meno di sobbalzare sulla sedia leggendo in numerose pagine del romanzo episodi che si sono poi realizzati nella realtà, fino a cagionare la morte dell'autore.
Quali le cause peculirari di tale condotta?
Il romanzo spinge il lettore a riflettere su alcune teorie criminologiche. Secondo la teoria della deprivazione relativa, quando i giovani meno abbienti si confrontano con gli altri più fortunati, provano un sentimento di rivalità scaturito dalle diverse opportunità dei due gruppi nella realizzazione personale: tale differenza provoca una rabbia che finisce per tradursi in agiti devianti. Secondo la teoria sottoculturale, la devianza giovanile invece è un prodotto della condivisione di valori violenti tra giovani che appartengono al medesimo ceto sociale e che finiscono per identificarsi nelle loro condotte di ribellione alla così detta società civile, dalla quale si sentono invece rifiutati. La violenza diventa quindi veicolo di idenità personale, tolta la quale il giovane si sente inadeguato sul piano relazionale e sociale.
Chiaramente la materia rappresenta una vera e propria sfida per l'intera collettività, in primo luogo per la scuola e per i servizi sociali territoriali.
Come psicologo devo purtroppo constatare che ancora oggi i giovani esposti a maggiore probabilità di emarginazione sono coloro i quali provengono da famiglie meno facoltose e costrette a vivere ai margini della collettività, pertanto, con minori probabilità di accedere a percorsi formativi idonei a introdursi a pieno titolo nella così detta società civile. 
Il contesto familiare e sociale in cui i giovani nascono si rivelano spesso delle profezie che si auto-avverano e  che finiscono per condannare il bambino, futuro adulto, ad una qualità di vita proporzionata alle proprie origini. 
Troppi pochi sforzi e investimenti sono elargiti per diffondere eguali probabilità di benessere a tutti gli strati della collettività.
Il romanzo di Pasolini assume a tratti le sembianze di una ricerca sociale partecipata. Lo consiglio a tutti, ma soprattutto ai lettori in età adolscenziale.

mercoledì 18 aprile 2012

"Carl Rogers. Un rivoluzionario silenzioso" di Carl R. Rogers e David Russell. Edizioni La Meridiana (2006)

Carl Rogers (1902 - 1987) è uno psicologo statunitense che col suo approccio psicoterapico centrato sulla persona ha rivoluzionato l'intera disciplina delle relazioni di aiuto. In questo libro Rogers è intervistato dal giornalista David Russell, ripercorrendo l'intera sua vita, sin dalle sue origni, fino a pochi mesi prima di morire.
Il libro è quindi un percorso autobiografico che spiega come nasce la scuola di pensiero di Carl Rogers.
Per me si tratta di uno dei libri più importanti dell'intera mia professione, per non dire della mia vita. Applico la teoria di Rogers ogni giorno e negli ambiti più estremi della sofferenza umana. Con Rogers, la persona è messa al centro di ogni attenzione: a lei è restituita la dignità di esistere e di trovare le risorse per un benessere smarrito nel corso degli anni. Rogers restituisce all'uomo il diritto di essere se stesso. Tutti noi siamo abituati ad essere giudicati e, di conseguenza, ci sentiamo etichettati da una società eccessivamente prestazionale, che non ha mai abbastanza tempo o voglia o interesse ad ascoltarci o a comprendere la nostra prospettiva. Con Rogers tutto questo cambia direzione: finalmente si valorizzano le emozioni soggettive, per una vita piena di responsabilità e di libertà. Con l'approccio centrato sulla persona si aiutano gli emarginati a recuperare il senso della colletività e l'esercizio di un potere personale che contrasta la sopraffazione di poteri terzi che hanno tutti gli interessi economici e politici di prevaricare.
Consiglio il libro a tutti, specie in questi anni di grande crisi economica e politica e di troppo facili derive pessimiste, non perchè il libro possa solo alzare l'umore, ma perchè aiuta a comprendere che un'altra società è possibile, se solo si valorizzano gli individui che la compongono.
Questa è la ragione che mi motiva ogni giorno a schierarmi al fianco dell'emarginato, l'indifeso, il sofferente di mente, anche con interventi gratuiti o, comunque a bassissimo costo, per restituire a tutti la possibilità di trovare benessere. Lavoro con la convinzione che tutti dobbiamo assumerci la responsabilità di contribuire al cambiamento.
Suggeriso il seguente video Alberto Zucconi, allievo di Rogers e fondatore (insieme a Rogers stesso) dell'Istituto dell'Approccio Centrato sulla Persona, di cui è tutt'oggi presidente: il video è un ulteriore approfondimento sul contributo che Rogers ha prommosso nella società moderna.

domenica 25 marzo 2012

"Sostiene Pereira" (1994) di Antonio Tabucchi, edizione Feltrinelli

Premiato col Campiello, ricordo di aver letto il libro a voce alta, insieme a mia moglie. Un po' leggevo io, un po' leggeva lei e quasi litigavamo, perchè entrambi volevamo leggere: ad ascoltare ci si distraeva e non volevamo perdere una sola parola. Ci siamo fatti un sacco di risate.
Pereira è un giornalista anziano, dal temperamento mite e dai modi gentili e generosi. Ormai ripiegato su se stesso, è arrivato ad un età in cui il futuro lascia il posto ai ricordi.
Il suo umore è appesantito dalla perdita della moglie, con la quale ha condiviso una vita intera, pertanto, ovunque si rechi,  porta dietro con sè la sua fotografia.
Segretamente intrattiene un dialogo con quella foto. Un dialogo immaginario? Reale? Sicuramenta struggente.
Una vita monotona, il cui decorso è cambiato dall'ingresso in scena di un giovane collega. Non voglio svelare l'intera trama del libro.
La lettura sembra incalzata dalla incessante ripetizione della medesima costruzione delle frasi: "Sostiene Pereira .... ". In questo modo si parla al presente, pur riferendosi a eventi successi indietro nel tempo. L'espediente letterario impone sentimenti di tenera nostalgia, che tuttavia non pare mai cedere al rimpianto. Anche l'ironia è espressa con eleganza, tutt'altro che banale. Colpisce l'assoluta centralità del protagonista, che vede il mondo con gli occhi e con la saggezza di un anziano, a cui non puoi non volere bene.
Nel complesso la lettura risulta piacevole.
Addio Antonio, io e mia moglie ti porteremo sempre nei nostri cuori.

sabato 24 marzo 2012

"Novecento" (1994) di Alessandro Baricco, edizioni Feltrinelli

Lo confesso, io ho un debole per la scrittura di Alessandro Baricco: sono grato all'autore, perché mi ha fatto appassionare alla lettura dei romanzi. Dopo tanti anni ricordo ancora con piacere la sua trasmissione televisiva Pickwick, che sucitò in me il desiderio di abbandonarmi ai libri, di concedermi quelle parentesi esistenziali stampate sulle pagine, lontano dal mondo, ma così ricche del mondo stesso.
Novecento è un neonato abbandonato e cresciuto nella stiva di una nave, adottato da un marinaio addetto alla macchina-motore. Diventa grande e impara a suonare il pianoforte. In quella nave, lontano dall'influenza di altri musicisiti, Novecento sviluppa un suo stile personale, riesce a suonare in modo così originale, che presto anche sulla terra ferma si inizia a parlare di lui.  Col tempo, il misterioso musicista diventa una vera e propria attrazione, tanto che qualcuno si imbarca solo per conoscerlo e sentirlo suonare dal vivo. Nessuno riesce a capire di che genere si tratti, da qui il celebre motto di Baricco: se non sai che musica è, quella musica è jazz. 
Come può crescere un bambino in una nave, senza genitori, adottato da un marinaio e circondato da turisti e viaggiatori? I suoi compagni di vita sono persone sempre diverse, ma tutte caratterizzate dal medesimo entusiasmo di una nuova vita: l'America.
Durante la lettura, le emozioni si traducono con estrema semplicità in vere e proprie sensazioni: le onde del mare accompagnano il ritmo del pianoforte in quella musica di Novecento.
Nel corso del mio lavoro e, in particolare, delle sedute di psicoterapia, penso spesso a Novecento, perchè in quest'opera c'è un aneddoto, che tuttavia non voglio qui rivelare, per non rovinare la sorpresa a chi intende leggere l'opera. Ebbene, secondo me quell'aneddoto può essere letto come una metafora esistenziale: le persone che si recano nel mio studio di psicoterapia, mi dimostrano ogni giorno quanto sia complessa la vita. La ricchezza che essa riserva a ciascuno di noi, ci mette nella condizione di dover fare delle scelte. Spesso le scelte si escludono a vicenda: se preferisco un'opzione, devo necessariamente abbandonare tutte le altre possibilità. Il senso del limite che ne consegue può spaventare: qualche volta non si può tornare sui propri passi. Non c'è niente da fare: scegli e rinunci a tutto il resto. Se non scegli, non vivi.
Come scegliere quando non si trova la fiducia di selezionare e il coraggio di abbandonare tutto il resto? Si tratta di un quesito che trovo accentuato nelle persone che soffrono di disturbi dell'umore, l'ansia, la depressione, talvolta fino a sfociare su versanti più strutturati dei veri e propri disturbi della personalità di tipo ossessivo compulsivo.
Insieme a queste persone cerchiamo di recuperare quella fiducia di possedere la naturale capacità di scegliere il meglio per se stessi. Una capacità che sottende la sopravvivenza dell'individuo e, di conseguenza, della specie intera. Si tratta di un vero e proprio patto con la vita, che le persone più fortunate hanno l'opportunità di costruire nel corso dello sviluppo, quando sono seguite da genitori attenti, premurosi, generosi nelle cure. Sentirsi amato, stimato, incoraggiato ad affrontare sempre nuovi traguardi: tutto questo getta le fondamenta per lo sviluppo dell'autostima. Quando la persona, invece, cresce in una famiglia abbandonica, il suo sviluppo è pervaso da una serie di insicurezze e dalla necessità di ricevere conferme dagli altri. Con queste persone è necessario effettuare un percorso di cura, talvolta lungo e doloros, ma possibile, per raggiungere nuovi orizzonti e, soprattutto, per prendere quota una volta per tutte in termini di benessere. 
Ai lettori l'invito di leggere il libro e scoprire l'aneddoto a cui faccio riferimento.

domenica 18 marzo 2012

"Stabat mater" di Tiziano Scarpa, Einaudi (2008)

Lo trovo bellissimo, per la sua potenza emotiva e per la raffinatezza lessicale. 
Si tratta della storia di una bambina cresciuta in un istituto, dove impara a suonare, insieme alle sue compagne. Tra i maestri e compositori dell'Ospitale compare il celebre Vivaldi, che ha realmente lavorato nell'Istituto in cui si ambienta il romanzo. L'opera è frutto della fantasia dell'autore, ma ispirata ad una realtà tristemente vera: si tratta dell'Ospedale della Pietà a Venezia, che insieme ad altri Istituti della repubbica veneziana, dava l'opportunità ai minori abbandonati di crescere con un arte o un mestiere, al fine di avere quelle abilità per inserirsi da grandi nella società. In postfazione l'autore spiega di essere nato proprio nei locali che in antichità cosituivano il collegio in cui erano state cresciute quelle bambine e aveva lavorato anche Antonio Vivaldi: il filo rosso che lega l'autore nel tempo ad una realtà così triste, ma al contempo così preziosa, costituisce l'ipirazione del romanzo.
L'opera è un diario nel quale la protagonista, una bambina ospitata nell'istituto, intrattiene un dialogo con la propria mamma immaginaria. L'autore mostra tutta la sua abilità a tracciare i pensieri introspettivi di una bambina lasciata da sola con le sue angosce abbandoniche e cresciute nella fredda omologazione di un Istituto. La solitudine e le fantasie di morte che ne conseguono sono in primo piano per l'intera opera. Il racconto si sviluppa secondo l'esperienza soggettiva della protagonista, la cui esistenza è accompagnata dal ritmo di una continua dicotomia tra il suonare senza essere vista, il silenzio e la comunicazione, l'io e gli altri, l'Istituto e la società esterna, la vita e la morte.
La musica non è solo un sottofondo, una sorta di colonna sonora, ma diventa strumento di dialogo tra la bambina e il mondo circostante, e finisce per veicolare la crescita e la maturazione emotiva della protagonista.
Il romanzo è struggente, nel corso della lettura mi sono confrontato col desiderio di proteggere quella bambina e con la voglia di confrontarmi con quelle suore, che applicavano metodi educativi assai discutibili, evidentemente in linea con la pedagogia dell'epoca. 
Vincitore del Premio Strega 2009, consiglio il libro a tutti, ma in special modo agli operatori della scuola o  comunque a chi lavora o vive a contatto con i bambini. Lo consiglio anche ai genitori adottivi e alle coppie affidatarie.
Una curiosità: Tiziano Scarpa che legge pagine del suo "Stabat Mater"

domenica 4 marzo 2012

"Lessico familiare" di Natalia Ginzburg (1963)


Premiata nel 1963 col premio Strega, l'opera è la narrazione autobiografica della famiglia in cui l'autrice cresce e delle relazioni che col tempo si sviluppano non solo tra i componenti della famiglia, ma anche con la moltitudine di personaggi incontrati. Molta attenzione è focalizzata sul linguaggio usato nel contesto familiare, le espressioni dialettali che finiscono per costituire l'anima di quella famiglia e di ciascun componente.
Sul piano stilistico, colpisce la mera esposizione di fatti, lasciando ad essi il filo logico e cronologico dell'intera opera. Non sono presenti delle date, ma solo riferimenti geografici e storici: sono i fatti e la natura del rapporto che si instaura tra i personaggi che lasciano intendere l'età, che di volta in volta muta, di chi compare nel racconto. Mano a mano che la lettura scorre, si osserva la diversa prospettiva dei personaggi, i quali crescono e invecchiano, si sposano e hanno a loro volta figli, fanno scelte di vita e, intanto, i genitori diventano nonni.
Il libro offre molti spunti di riflessione sui rapporti genitori figli e su come essi si sviluppano nel corso degli anni. Nel frattempo, anche lo sfondo politico e sociale muta. Insomma, i fatti scandiscono il ritmo del libro, che pare sospeso nell'aria, lasciando che le emozioni siano stimolate dalla lettura: in modo implicito, quasi inconsapevolmente traspaiono dalle pagine sentimenti di nostalgia, non solo per le persone direttamente colpite dalla repressione razziale (la stessa Ginzburg rimane vedova perchè il marito è punito dalla partecipazione alla lotta antifascista, il padre e i fratelli arrestati e costretti al confino per le origini ebraiche e, a loro volta, per l'attività sovversiva contro il regime fascista), ma anche per il tempo che passa e che si lascia alle spalle gli eventi che compongono la vita di ciascun personaggio.
L'opera finisce per essere un documento storico, per l'epoca trattata, ma anche per i personaggi che l'autrice incontra all'interno del contesto familiare: tra tutti cito Pavese, Einaudi ed Olivetti. Sono vagamente tracciati i loro profili personologici e, con essi, le tragedie, oltre che gli entusiasmi, che hanno caratterizzato la loro vita: vedasi per esempio la pagina dedicata al suicidio di Pavese e alla personalità che sottende la tragica fine del noto scrittore.
L'opera conduce il lettore a riflessioni esistenzialiste: la vita si alterna inesorabilmente alla morte. La guerra amplifica questa verità, che però riguarda tutti.
Una riflessione personale. Il ricordo delle tragedie dei nostri nonni dovrebbe essere più presente nei sentimenti che gli italiani provano per il loro Paese.
Forse, in questo modo, riuscremmo tutti quanti a nutrire il dovuto orgoglio per le radici storiche della Repubblica Italiana, libera e democratica.

domenica 5 febbraio 2012

"Elogio dell'imperfezione" (1987) di Rita Levi Montalcini


Ho cercato il libro non appena ne sono venuto a conoscenza, attratto dal titolo, oltre che dal prestigio rappresentato dall'autrice nello scenario internazionale scientifico e culturale. A fronte di tante persone che si rivolgono a me come psicoterapeuta, angustiate dalla incapacità di essere perfette, trovavo estremamente stimolante un'opera che vedesse nell'imperfezione la spinta all'evoluzione. Ero sicuro di trovare numerosi insegnamenti dalle parole della nota ricercatrice, peraltro insignita del premio Nobel nel 1986.
Le aspettative sono state tutt'altro che deluse. 
Il libro è l'autobiografia di Rita Levi Montalcini: medico, sfuggita alla repressione nazista, ha speso l'intera sua vita nella ricerca scientifica. Nel periodo in cui le è stata negata la frequentazione del laboratorio di ricerca in cui lavorava, non si è persa d'animo e ha allestito un laboratorio nella sua abitazione, lavorando sugli embrioni di pollo.
Poi ci sono gli anni trascorsi in america e, successivamente, il rientro in Italia, con amare considerazioni sul confronto tra il mondo accademico americano e quello italiano, che hanno portato Rita Levi Montalcini a dividersi tra due laboratori distanti migliaia di chilometri.
La scrittura è carica di un entusiasmo per la vita e contamina il lettore già dalle prime pagine.
Molto spazio è dedicato alla sua esperienza di ricerca, ma non è necessario possedere approfondite conoscenze in biologia per comprendere il contributo apportato da Rita Levi Montalcini alla comunità scientifica.
Nel mio caso, le sue parole hanno risvegliato quella passione nata per le neuroscienze da quando nei corridoi della facoltà di psicologia della Sapienza studiavo neuropsicologia sui manuali di Pizzamiglio, Lurja e Kandell. In quegli anni ho avuto l'opportunità di frequentare i laboratori di Mario Bertini, Cristiano Violani, Luciano Mecacci. Ai fini della mia tesi in psicologia ho raccolto dati elettroencefalografici nell'istituto di neurofisiologia di Genova, e ancora oggi ricordo l'enfasi del prof. Ferrillo quando alla sera ci concedevamo ampie dissertazioni sull'ambito delle neuroscienze: anche se ora, purtroppo, non lavoro più in quell'ambito, a tutti i miei professori devo molto, per gli innumerevoli insegnamenti impartitomi in quegli anni di università. 
Tornando al libro di Rita Levi Monalticni, ho apprezzato la capacità dell'autrice di narrare le emozioni in modo estremamente trasparente: nella sua testimonianza di vita, trovo quell'insegnamento che mi vede in prima linea, laddove la psicoterapia umanista mi chiede di aiutare le persone ad aver fiducia delle emozioni che accompagnano la loro vita. Persino struggenti sono le pagine dedicate dall'autrice alla perdita dei suoi cari, il padre, la madre a anche un suo collega, ucciso dall'alcol. La costante presenza emotiva di Rita Levi Montalcini nel corso della sua intera esistenza è un singolare insegnamento etico per il lettore, che talvolta rimane persino spiazzato per l'umanità che traspare dalle parole dell'autrice. Infonde estrema fiducia la riflessione personale circa le sue capacità intellettive: i successi ottenuti nella ricerca scientifica sono infatti da lei stessa attribuiti non già a un eccezionale grado di intelligenza, nè ad una particolare capacità di portare a termine a perfezione il compito intrapreso, ma alla "totale dedizione" e al "chiudere gli occhi davanti alle difficoltà: in tal modo possiamo affrontare problemi che altri, più critici e più acuti, non affronterebbero". 
Molte persone credono di non avere le capacità per reggiungere livelli di successo soddisfacienti, di fatto rimanendo in questo modo intrappolate nella convinzione di non avere i numeri per competere nella società. Invece, Rita Levi Montalcini ci insegna di avere fiducia, perseguire i propri obiettivi fino in fondo, senza lasciarci distrarre dalle difficoltà che possono ostacolare il nostro percorso di vita.
Un altro messaggio di fiducia proviene direttamente dalle sue conoscenze del sistema nervoso centrale dell'uomo, specie in una prospettiva comparata con altre specie animali: il cervello umano manifesta la sua peculiare evoluzione nello sviluppo della corteccia, ovvero di quella parte del cervello più superficiale, che consente di eseguire funzioni cognitive evolute. Con lo sviluppo del linguaggio e della comunicazione scritta, l'evoluzione delle capacità umane assume un'accelerazione che prescinde dallo sviluppo delle strutture nervose. La cultura, e con essa, i poteri politici, gli interessi privati, nonchè la manipolazione di intere masse di persone, rappresentano capacità umane che non sono inscritte nel nostro corredo cromosomico. 
In questo senso nasce la responsabilità di ciascuno di noi di contribuire allo sviluppo di una cultura di pace, affinchè l'orrore dei genocidi non si ripeta mai più. 
A parer mio queste riflessioni provano che la conoscenza va oltre le barriere nozionistiche delle singole materie. Rita Levi Montalcini conquista la posizione di una personalità libera e può essere affiancata alle grandi figure storiche che, insieme ad Einstein, Primo Levi (al quel peraltro l'autrice dedica un appassionato capitolo del libro) e Ghandi, contribuiscono alla costruzione di una coscienza collettiva universale.