sabato 13 ottobre 2012

"1984" di George Orwell (1948)

Cosa succederebbe se qualcuno agisse in modo sistematico sulla storia, concellando ogni traccia del nostro passato e sostituendola con una realtà ricostruita ad hoc per manipolare l'anima di un'intera collettività, trasformando gli individui in stupidi fanatici di un'ideologia priva di valori etici? E cosa accadrebbe se il controllo della cittadinanza fosse esteso al pensiero o alle intenzioni individuali attraverso la persecuzione di una "psicopolizia" che, in nome della sicurezza collettiva, cercasse presunti rivoluzionari nelle mere ambizioni emozionali di ciascuno di noi? E se persino il linguaggio fosse oggetto di un drastico snellimento lessicale per impedire e ostacolare il pensiero? George Orwell (1903 - 1950), nel suo romanzo profetico "1984", descrive una società raccapricciante, costruita per ridurre ogni libertà umana e limitare ogni capacità volitiva e motivazionale delle persone. Per tanti (troppi) aspetti, la società immaginata da Orwell assomiglia alla società post-moderna da noi popolata quotidianamente, e fin troppo abbandonata ai poteri di fatto incontrastati del mercato. A dimostrazione di quanto sia importante il romanzo di Orwell, non c'è saggio sulla società contemporanea che non si confronti in qualche misura sul valore profetico dell'opera qui esaminata. Da un punto di vista psicologico mi chiedo se un sistema totalizzante può d'avvero inibire qualsiasi iniziativa motivazionale dell'inividuo. Non dico quale risposta fornisce l'autore (lascio la sorpresa a chi voglia leggere il volume), tuttavia mi sembra importante provare ad analizzare quanto l'uomo post-moderno sia in grado di resistere ai condizionamenti operati dai mezzi di comunicazione di massa. Appare innegabile l'influenza dei media, tuttavia non voglio cedere al pessimismo più cupo: conservo la convinzione che il singolo individuo possa coltivare le risorse per confrontarsi in modo critico con il bombardamento mediatico. Come fare? Aggrappandosi tenacemente alla valutazione di quali sono i veri bisogni personali, senza lasciare che nessuno si sostituisca al potere personale di decidere cosa è bene e cosa è male per noi stessi. La verità è solo nella nostra esperienza, purchè siamo psicologicamente flessibili e disposti a prendere atto delle informazioni che provengono dal contesto in cui viviamo e dalle esperienze che mano a mano ci offre la vita quotidiana. Troppo spesso, per il timore di confrontarsi con i fatti della vita, ci rifugiamo in false convinzioni, talvolta di natura dogmatica, tal'altra di semplice superstizione o pregiudizio. Non è un caso che il disturbo d'ansia sia così diffuso nella società attuale: ci siamo alienati dalle tradizioni che costituiscono la nostra cultura, siamo diventati privi di una vera e propria identità, ci fidiamo della conoscenza scientista, prima che di noi stessi. Non sappiamo più cosa vogliamo e quale obiettivo perseguire, lasciamo che fantomatici tecnici diano suggerimenti di come annientare preoccupazioni, entusiasmi, aspirazioni. Ci siamo anestetizzati attraverso le medicine e l'edonismo, barattando inconsapevolmente il senso della vita con i piaceri momentanei. Per questa ragione il ruolo dello psicologo (che non prescrive farmaci) è ingenuamente inteso da molte persone come un ruolo superficiale e arbitrario. Nella realtà lo psicologo aiuta le persone a riscoprire le proprie risorse personali. In altre parole, di contrastare quella visione disfattista e rinunciataria secondo la quale niente più è possibile: chi rimane vittima del nichilismo, in realtà tenta di evitare la sfida della vita, nel timore (consapevole o inconsapevole) di confrontarsi prima o poi con la possibilità di rivedere le proprie scelte iniziali, rinunciando alla realizzazione dei progetti personali. Garantito: in questo modo la frustrazione e la delusione prendono il sopravvento sulla speranza e la progettualità. La pesantezza si sostituisce alla gioia di vivere e, come petrolio sulle ali dei gabbiani finiti in un oceano inquinato, il pessimismo finisce per ostacolare il volo, costringendoci ad una quotidiana noiosa monotonia, priva di stimoli. Quante volte in studio mi confronto con persone che hanno perso ogni speranza e si danno per sconfitte prima di mettersi in gioco? Accettano la morte, prima ancora di sfidare la vita, perchè temono il fallimento, prima ancora di tentare di realizzare i propri sogni. La cultura dominante odierna non aiuta a recuperare la fiducia. In un mondo sempre più apatico, nel quale la tecnica sostituisce la relazione, persino la nostra esperienza di vita sembra ridotta a scatolette commerciali, al pari della carne e delle verdure che mangiamo, giacchè l'appetito sembra guidato dalla pubblicità prima che dalla sensazione della fame. Quanto siamo in grado di mantenere la speranza e conservare quello spirito di iniziativa che costituisce la nostra realizzazione personale? Il pensiero va alle tragiche esperienze dei regimi totalitari. Mi sia consentita una citazione: come ben descrive Primo Levi, persino nei campi di concentramento le persone non finivano di sognare il cibo e di anelare alla vita fino all'ultimo istante, sebbene il contesto in cui erano costretti a morire comunicasse in ogni momento e in ogni dettaglio che non c'era alcuna speranza di uscire vivi da una macchina costruita solo per uccidere. Proprio in quella speranza, talvolta dal sapore utopico, si colloca il senso della vita. Una visione ottimistica della natura umana e dell'universo intero, che trova espressione metaforica nell'ultima stampella lanciata sul fronte contro il nemico, non tanto nel vano tentativo di colpirlo, quanto nella piena consapevolezza di comunicare al mondo intero: "No, io non ci sto! Io rinnego ogni forma di sopruso e rivendico la mia libertà, battendomi per la libertà e il rispetto di chiunque". Retorica? No, ideali a cui non voglio rinunciare, per niente al mondo!