sabato 13 ottobre 2012

"1984" di George Orwell (1948)

Cosa succederebbe se qualcuno agisse in modo sistematico sulla storia, concellando ogni traccia del nostro passato e sostituendola con una realtà ricostruita ad hoc per manipolare l'anima di un'intera collettività, trasformando gli individui in stupidi fanatici di un'ideologia priva di valori etici? E cosa accadrebbe se il controllo della cittadinanza fosse esteso al pensiero o alle intenzioni individuali attraverso la persecuzione di una "psicopolizia" che, in nome della sicurezza collettiva, cercasse presunti rivoluzionari nelle mere ambizioni emozionali di ciascuno di noi? E se persino il linguaggio fosse oggetto di un drastico snellimento lessicale per impedire e ostacolare il pensiero? George Orwell (1903 - 1950), nel suo romanzo profetico "1984", descrive una società raccapricciante, costruita per ridurre ogni libertà umana e limitare ogni capacità volitiva e motivazionale delle persone. Per tanti (troppi) aspetti, la società immaginata da Orwell assomiglia alla società post-moderna da noi popolata quotidianamente, e fin troppo abbandonata ai poteri di fatto incontrastati del mercato. A dimostrazione di quanto sia importante il romanzo di Orwell, non c'è saggio sulla società contemporanea che non si confronti in qualche misura sul valore profetico dell'opera qui esaminata. Da un punto di vista psicologico mi chiedo se un sistema totalizzante può d'avvero inibire qualsiasi iniziativa motivazionale dell'inividuo. Non dico quale risposta fornisce l'autore (lascio la sorpresa a chi voglia leggere il volume), tuttavia mi sembra importante provare ad analizzare quanto l'uomo post-moderno sia in grado di resistere ai condizionamenti operati dai mezzi di comunicazione di massa. Appare innegabile l'influenza dei media, tuttavia non voglio cedere al pessimismo più cupo: conservo la convinzione che il singolo individuo possa coltivare le risorse per confrontarsi in modo critico con il bombardamento mediatico. Come fare? Aggrappandosi tenacemente alla valutazione di quali sono i veri bisogni personali, senza lasciare che nessuno si sostituisca al potere personale di decidere cosa è bene e cosa è male per noi stessi. La verità è solo nella nostra esperienza, purchè siamo psicologicamente flessibili e disposti a prendere atto delle informazioni che provengono dal contesto in cui viviamo e dalle esperienze che mano a mano ci offre la vita quotidiana. Troppo spesso, per il timore di confrontarsi con i fatti della vita, ci rifugiamo in false convinzioni, talvolta di natura dogmatica, tal'altra di semplice superstizione o pregiudizio. Non è un caso che il disturbo d'ansia sia così diffuso nella società attuale: ci siamo alienati dalle tradizioni che costituiscono la nostra cultura, siamo diventati privi di una vera e propria identità, ci fidiamo della conoscenza scientista, prima che di noi stessi. Non sappiamo più cosa vogliamo e quale obiettivo perseguire, lasciamo che fantomatici tecnici diano suggerimenti di come annientare preoccupazioni, entusiasmi, aspirazioni. Ci siamo anestetizzati attraverso le medicine e l'edonismo, barattando inconsapevolmente il senso della vita con i piaceri momentanei. Per questa ragione il ruolo dello psicologo (che non prescrive farmaci) è ingenuamente inteso da molte persone come un ruolo superficiale e arbitrario. Nella realtà lo psicologo aiuta le persone a riscoprire le proprie risorse personali. In altre parole, di contrastare quella visione disfattista e rinunciataria secondo la quale niente più è possibile: chi rimane vittima del nichilismo, in realtà tenta di evitare la sfida della vita, nel timore (consapevole o inconsapevole) di confrontarsi prima o poi con la possibilità di rivedere le proprie scelte iniziali, rinunciando alla realizzazione dei progetti personali. Garantito: in questo modo la frustrazione e la delusione prendono il sopravvento sulla speranza e la progettualità. La pesantezza si sostituisce alla gioia di vivere e, come petrolio sulle ali dei gabbiani finiti in un oceano inquinato, il pessimismo finisce per ostacolare il volo, costringendoci ad una quotidiana noiosa monotonia, priva di stimoli. Quante volte in studio mi confronto con persone che hanno perso ogni speranza e si danno per sconfitte prima di mettersi in gioco? Accettano la morte, prima ancora di sfidare la vita, perchè temono il fallimento, prima ancora di tentare di realizzare i propri sogni. La cultura dominante odierna non aiuta a recuperare la fiducia. In un mondo sempre più apatico, nel quale la tecnica sostituisce la relazione, persino la nostra esperienza di vita sembra ridotta a scatolette commerciali, al pari della carne e delle verdure che mangiamo, giacchè l'appetito sembra guidato dalla pubblicità prima che dalla sensazione della fame. Quanto siamo in grado di mantenere la speranza e conservare quello spirito di iniziativa che costituisce la nostra realizzazione personale? Il pensiero va alle tragiche esperienze dei regimi totalitari. Mi sia consentita una citazione: come ben descrive Primo Levi, persino nei campi di concentramento le persone non finivano di sognare il cibo e di anelare alla vita fino all'ultimo istante, sebbene il contesto in cui erano costretti a morire comunicasse in ogni momento e in ogni dettaglio che non c'era alcuna speranza di uscire vivi da una macchina costruita solo per uccidere. Proprio in quella speranza, talvolta dal sapore utopico, si colloca il senso della vita. Una visione ottimistica della natura umana e dell'universo intero, che trova espressione metaforica nell'ultima stampella lanciata sul fronte contro il nemico, non tanto nel vano tentativo di colpirlo, quanto nella piena consapevolezza di comunicare al mondo intero: "No, io non ci sto! Io rinnego ogni forma di sopruso e rivendico la mia libertà, battendomi per la libertà e il rispetto di chiunque". Retorica? No, ideali a cui non voglio rinunciare, per niente al mondo!

mercoledì 10 ottobre 2012

"Lo struscio fiorentino" di Franco Ciarleglio, tipografia Bertelli

Ogni città ha una sua singolare personalità in parte ereditata dal passato, in parte modellata dalle persone che quotidianamente la vivono. Ogni volta che mi reco in una città nuova, immagino cosa potrebbero dirmi le statue, le facciate dei palazzi e persino le pietre se potessero parlarmi. Pagherei oro per incontrare un qualsiasi cittadino del passato e chiedergli come si vive nella sua città nel corso degli anni della sua vita: partecipare alle usanze popolari, gustare i suoi cibi, spiare nelle case per osservare il clima familiare, le credenze, le aspettative, le delusioni. Se le pietre potessero parlare! Chi sa quale immagine avremmo della nostra città. Ebbene, questo libro riesce ad avverare il mio sogno. Le usanze popolari e le credenze della Firenze antica, così come sono testimoniate da tanti e tanti dettagli evidenziati in pagine di storia scritte in modo leggero e divertente. Da quando ho letto questo libro mi sento un po' più fiorentino: lo suggerisco a Marchionne, che parla prima di pensare, ammesso che il suo pensiero possa apprezzare la bellezza di una città che certo non merita i tristi apprezzamenti oggi formulati nei nostri confronti. Permettetemi di andare fuori tema e di sfruttare un libro d'arte per parlare della cronaca odierna. Vi propongo alcune brevi considerazioni, che vogliono evocare i commenti formulati sulla lettura di Bauman, commentato su questo blog appena poche settimane fa. A fronte del suo concetto di "povertà" (la frase del a.d. della Fiat evoca Firenze come piccola e povera città), cosa può rappresentare un personaggio come Marchionne se non l'espressione di una globalizzazione imperante, che tenta di convincere l'opinione pubblica sulla presunta necessità di indebolire i diritti dei lavoratori in nome di un progresso che sta in realtà aumentando le classi sociali povere a vantaggio dei pochi ricchi? La ricchezza di una società non può essere contabilizzata solo attraverso il Pil: del resto la concezione meramente economica e commerciale della società sta ormai dimostrando i suoi limiti in tutti i paesi industrializzati. Prendere coscienza di tali fenomeni significa anche ribellarsi e non cedere alla manipolazione dell'informazione, in virtù della difesa dei diritti dei più deboli e del benessere collettivo. Tornando al libro qui commentato, nella sue pagine si ha l'opportunità di apprezzare il significato di vecchi detti o espressioni popolari, in virtù di una concezione della società a mio parere alternativa alla depersonalizzazione dell'epoca post-moderna, il cui contrasto ci spinge alla ricerca della valorizzazione delle tradizioni.

giovedì 6 settembre 2012

"La solitudine del cittadino globale" di Zygmunt Bauman. Titolo originale "In search of politics" (1999) edizione Feltrinelli, tradotto dall'inglese da Giovanni Bettini

Tutti noi ci sentiamo in un costante stato di ansia, che condiziona la qualità di vita. La quotidianità dell'uomo post-moderno è tristemente caratterizzata da senso di instabilità e insicurezza: i timori prevalgono sulle speranze. Bauman registra i sentimenti che accompagnano l'uomo post-moderno e attribuisce la causa di tali vissuti alla globalizzazione e, in particolare, al conseguente sopravvento dei poteri economici internazionali sui poteri politici, che sono rimasti eccessivamente radicati a logiche locali. Non solo assistiamo alla progressiva impotenza dei politici innanzi allo strapotere dei mercati, ma appare ormai evidente il progressivo assoggettarsi di tutti gli strati sociali alle logiche privatistiche dell'economica. Persino gli intellettuali hanno rinunciato ad un impegno teso al bene comune per un asservimento professionale alla tecnica, e al consumismo, accettando incarichi che contribuiscono ancora una volta alla visione scotomizzata di una società, sempre più debole e impotente innanzi alle manovre massificatorie che aumentano i guadagni delle vendite, abbassando i costi di produzione. L'uomo post-moderno si trova così schiacciato da forze economiche, che hanno l'interesse di omologare l'intera società ad un'unica matrice consumistica, annullando le differenze individuali e rendendo le società locali estranee alle proprie tradizioni: la cultura è pericolosamente esposta alla mercé di interessi economici. C'è una qualche speranza di recuperare la dimensione umana? Apparentemente no, perchè l'uomo post-moderno subisce la percezione che non ci sia la possibilità di scegliere alternative all'attuale deriva consumistica. La speranze di Bauman trova luce solo a condizione che la soluzione sia strutturale e abbia il potete di incidere sugli equilibri internazionali tra sfera pubblica e privata. Sempre più urgente risulta abbandonare la logica del mutuo scambio (io ti do solo se tu mi dai) e recuperare un'area di reciprocità (riconosco in te parte di me: interessante notare che in psicoloterapia Rogers scopre l'empatia come strumento di cura). Ancora in termini propositivi Bauman auspica lo sviluppo di un dialogo intermedio tra pubblico e privato: un'agorà tesa a stimolare la critica e la riflessione come antidoto a risposte rigide e stereotipate. Si tratta di una dimensione democratica che consenta alla politica di rinunciare a miopi interventi populisti. Non abbiamo più bisogno di promesse particolarmente allettanti: il politico deve guadagnare il coraggio di ammettere che la vita può riservare anche l'impossibilità di risolvere i problemi. Non è l'illusionista garanzia di felicità ad avvicinarci alla dimensione esistenziale dell'uomo. Adesso abbiamo bisogno di provvedimenti coraggiosi a favore delle persone e non più del mercato: in psicologia umanista si dice di collocare la persona al centro. Come psicologo ho trovato tantissimi spunti di riflessione in questo libro, che per la verità offre il fianco a composite chiavi di lettura di estrazione sociologica, politica, psicologica e persino antropologica. Allo psicologo, in particolare, il libro ricorda che la sofferenza umana va intesa in stretta connessione con la società in cui la persona vive e con i paradossi sociali ed economici, che inevitabilmente finiscono per influenzare il benessere psichico del cittadino. Quale è la definizione di crisi in una società sempre in crisi? Come aiutare il cittadino che ha perso qualsiasi strumento di previsione del proprio destino? È possibile continuare ad illudersi che il solo consumo di beni e servizi materiali possano restituire un senso alla nostra vita? Non si tratta di domande solo teoriche, perchè nel mio studio arrivano persone che realmente rimangono vittime di una società scotomizzata, caraterizzata da un forte potere patogeno. Siamo vittime di una vera e propria scissione tra ciò che siamo e ciò che crediamo di essere: c'è uno strappo tra le nostre origini tradizionali e le nostre mete, ormai perse in miopi obiettivi fugaci e relativi. Perduta la dimensione esistenziale attraverso un vero e proprio compromesso consumistico, abbiamo gettato alle ortiche la possibilità di confrontarci con l'assoluto, in una dimensione culturale ormai dimenticata, che trovava nella morte l'occasione per valorizzare la vita. Così sempre più ci sentiamo rapiti in un'ansia pervasiva, che trova la sua patologica (ma comprensibile) motivazione nel timore di continuare a sprecare la propria esistenza, senza riuscire ad attribuirle un qualche senso nella storia dell'umanità. A mio parere proprio in questa dimensione ansiogena derivante dalla dissociazione tra aspettative e desideri soddisfatti, può prendere ruolo la figura professionale dello psicologo, che facilita lo sviluppo di un'autoconsapevolezza, sempre più rara nella società post-moderna, ma proprio perchè rara, sempre più preziosa.

martedì 21 agosto 2012

"L'orologiaio di Everton" di Georges Simenon (1954)

Il romanzo, scritto da Georges Simenon nel 1954 (tradotto in italiano nel 2005), ha un sapore noir, ma sarebbe a mio parere riduttivo considerare l'opera come espressione di un solo genere letterario. Composite sono le chiavi di lettura a cui si presta il racconto, scritto con una particolare attenzione per le emozioni che provano i protagonisti, prima che per le loro vicende. Il racconto sembra delineare un viaggio introspettivo nei vissuti dei personaggi, da qui la prima associazione con la vita reale: tutti noi ci lasciamo guidare da come interpretiamo i fatti che ci capitano, prima ancora che dai fatti stessi. L'autore sembra esitare nel procedere col racconto, per dare spazio ad apparenti dettagli ambientali, che provocano l'effetto di tenere il lettore in sospeso. La lettura è piacevole. I dialoghi sono arricchiti dai silenzi. Gli oggetti, la dislocazione delle case, i colori delle strade. Ogni cosa si integra a formare un intero mondo fenomenologico, ovvero visto oltre la sterile oggettività, attraverso gli occhi di chi guarda. Il ritmo della lettura sembra trascendere i normali riferimenti temporali: lo stesso respiro del lettore sembra rallentarsi, in sintonia con la narrazione. Il mistero dei personaggi, spesso dalla personalità scontrosa, chiusa e imprescrutabile, sembra evocare il mistero della conoscenza umana. Come in una dialettica di contrapposti, l'attenzione si focalizza sulla riflessione, il profondo e l'essenziale, lasciando sullo sfondo la banalità, la superficialità e il superfluo. Mentre si legge l'opera viene quasi spontaneo chiedersi: come mi sarei sentito io al suo posto? I personaggi all'interno del racconto diventano termini di confronto con se stessi: ciò che di più intimo appartiene ai personaggi, l'anima, viene qui reso esplicito, delicatamente, e oggettivato con semplicità, attraverso i dialoghi, ma anche attraverso le vicende che articolano la storia dei personaggi stessi. Il tema principale del romanzo riguarda la relazione tra genitori e figli. C'è un interrogativo che sembra risuonare ossessivamente. Siamo sicuri di conoscere i nostri figli? E se improvvisamente il loro comportamento apparisse imprevedibile e la loro stessa natura dovesse assumere i caratteri di una mostruosità che mai prima di allora avesse destato il minimo sospetto? Su di un piano filosofico il tema evoca l'etica di Levinas, secondo la quale la conoscenza dell'Altro è una vera e propria illusione. Mai potremo conoscere veramente chi vive al nostro fianco. Da qui l'indicazione che ci si comporta in modo etico quando si agisce come ci si aspetterebbe che gli altri si comportassero con noi, all'interno di un reciproco patto di alterità. Ma un'altra riflessione mi piace qui proporre, questa volta di matrice psicologica: il protagonista del romanzo, il padre, non è riuscito a sviluppare un dialogo col figlio, è convinto di conoscerlo meglio di chiunque altro in un rapporto esclusivo, fondato su gesti e movimenti ripetuti invariabilmente nel corso degli anni, fino a divenire prevedibili, per non dire scontati. L'abitudine in famiglia e nelle relazioni affettive: l'argomento insinua a mio avviso la trappola in cui cascano molte famiglie. Nella professione di psicologo incontro persone che chiedono di essere aiutate e mi riferiscono che hanno perso l'abitudine di parlare: in famiglia troppo spesso gli impliciti si sostituiscono alla relazione. Sembra che la collettività sia affetta da un'epidemia che minaccia la capacità di dialogare, mettendo in crisi quella sana curiosità di interesse reciproco, che dovrebbe invece motivare le famiglie a rimanere unite. Incontro interi nuclei familiari che si lasciano così sopraffare da quella quotidianità, noiosa e ripetitiva, foriera di un disinteresse reciproco che spalanca le porte ad una pesante sensazione di infelicità. Quante volte ci sentiamo soli in casa nostra? Quante volte abbiamo la sensazione di non essere capiti e di tirare avanti in famiglia senza alcuna motivazione a introdurre un qualche cambiamento nelle abitudini di casa? Il consiglio che mi sento di dare alle persone che chiedono il mio parere è di imparare a non dare per scontato neanche le minime attenzioni nei confronti delle persone a cui teniamo, coltivare ogni giorno un sincero interessamento, senza rinunciare a nostra volta ad esporre i nostri vissuti, desideri, aspettative. Parola d'ordine: dialogoare! Trarre spunto da qualsiasi cosa, pur di dialogare. Parlare, raccontare e non rinunciare mai a tale obiettivo, neanche davanti alle persistenti resistenze dei figli adolescenti, piuttosto che dei mariti/mogli stanchi per il lavoro. E poi, dall'altra parte, valorizzare il gesto di attenzione effettuato da chi sta vicino a noi. Capita che le persone non siano soddisfatte di una determinata attenzione, solo se questa è stata esplicitamente chiesta. Insomma: mi hai comprato i fiori o mi hai fatto il regalo di compleanno, ma se te l'ho chiesto non vale. Secondo il mio parere, in questo modo si rischia di ingaggiare una reciproca sequela di rivendicazioni e aspettative deluse, che si finisce per cadere presto in un baratro di rancori e pesanti fardelli relazionali. Naturalmente capisco anche la logica che sottende tal genere di aspettative, perchè se qualcuno si accorge di noi, senza che noi gli indichiamo dove siamo con i nostri desideri, ci sentiamo compresi, da qui la sfida di cogliere al volo il bisogno dell'altro e agire spontaneamente d'anticipo. Tuttavia credo che esista un'altra sfida, complementare: andare oltre la miope rivendicazione dei propri desideri personali: rendere esplicito il sottinteso e oggettivare ció che insieme ci puó rendere felici, nella fiducia che il clima familiare vada curato anche attraverso la capacità di cedere qualcosa di sè a beneficio dell'intera famiglia. In conclusione, il romanzo dimostra una particolare sensibilità dell'autore per quel mondo sterminato che riguarda le emozioni e i vissuti delle persone. Quanto emerge delle personalità dei personaggi è tutt'altro che scontato, sebbene sempre coerente. Il romanzo quindi può essere letto con l'intento di cogliere quali drammi possono conseguire alla carenza di dialogo in famiglia. Consiglio di leggere il romanzo a chiunque.

lunedì 13 agosto 2012

"Post office" di Charles Bukowski (1971)

Il romanzo narra le vicende del protagonista, Chinaski: dalla personalità libera, il suo smodato stile di vita contrasta con una cultura americana degli anni '70, fin troppo perbenista, giudicante e omologante. Se da una parte il Chinaski ama trascorrere nottate intere passate in compagnia di donne e fiumi di alcol, dall'altra parte le sue indomabili inclinazioni si scontrano con i turni lavorativi delle poste presso le quali lavora. Diciamolo: chi non vorrebbe essere, anche solo per una sola notte, come il nostro Chinaski? Il protagonista non può che suscitare simpatia al lettore: è vivo, nel senso che ha il coraggio di viversi le contraddizioni della vita fino all'ultima emozione, costi quel che costi. Questa è una qualità apprezzabile se l'alternativa è quella di rimanere intrappolati nelle ipocrisie del perbenista, piuttosto che nei pregiudizi del moralista.
Il romanzo può essere letto come una ottima metafora del difficile equilibrio che tutti noi sperimentiamo tra le libertà individuali e i condizionamenti sociali. Naturalmente io faccio il tifo per le prime e osteggio le seconde. Da questo punto di vista mi sentirei di consigliare il romanzo a chi ha delle difficoltà ad assecondare le proprie emozioni per un senso del dovere un po' troppo rigido oppure per un'adesione fin troppo stereotipata e dogmatica ai dettami moralisti.
Tuttavia la lettura del romanzo suscita in me una riflessione dalla quale non posso esimermi: con tutta la comprensione delle persone rimaste vittime delle pastoie dell'alcol, trovo che il romanzo sia ambivalente circa l'impiego di tutte le sostanze psicoattive. Troppo poco chiara mi è apparsa la sottolineatura dei rischi che l'alcol comporta per la salute delle persone. Vero è che uno dei personaggi del romanzo muore a causa dell'alcol, e tutto ciò basterebbe per il messaggio ai lettori, tuttavia fin troppo mitizzata mi pare l'immagine riservata dall'autore del romanzo alle bevute e agli stravolgimenti da esse provocate in termini di intossicazione acuta. 
So di rendermi impopolare con le parole che sto per scrivere, tuttavia come psicologo e come esperto di trattamento delle problematiche alcol-correlate lo devo qui dichiarare con chiarezza: l'alcol uccide e provoca danni alla salute, la cui gravità è propozionata alla quantità di alcol assunto.
Come insegna Hudolin, sta nella responsabilità di ciascuno di noi bere il meno possibile. 
Ho conosciuto fin troppe persone che hanno gettato la propria vita in una bottiglia, con irrimediabili conseguenze per la salute personale e per il benessere di interi nuclei familiari. Come criminologo ho visto fin troppi omicidi provocati dall'assunzione di alcol e dalla conseguente diminuzione del controllo che l'alcol comporta in momenti di ira o in conflitti personali.
Vogliamo parlare degli incidenti stradali? Molte persone non sono ancora sufficientemente sensibili sui pericoli che l'alcol comporta se assunto anche in modica quantità prima di guidare. 
Purtroppo molti cittadini, adulti e adolescenti, sono convinti che senza l'alcol non è possibile stare bene.  In realtà la felicità non è nella sostanza, ma nella vita.
Ancora alune riflessioni sull'alcol. Come rendersi conto se il nostro bere è problematico? Posso ritenere che qualcosa non va quando all'alcol si chiede di rispondere a esigenze che vadano oltre la semplice bevuta: bevo per sentirmi meglio, per tirarmi su, per facilitare il mio approccio alla vita, per affogare i miei dolori. Ancora, mi devo chiedere se il mio bere si problematico quando non posso fare a meno di quella determinata bevuta quotidiana, mentre cucino oppure mentre mangio, mentre avvicino una possibile partner oppure mentre studio, ecc. ecc.
Volete provare un semplice test teso a saggiare il livello di problematicità del vostro bere? Provate a privarvi dell'alcol per un certo periodo di tempo, per sempio per una settimana, ed osservate le conseguenze su voi stessi e sui vostri amici, parenti e conoscenti. Vi renderete conto che il bere è molto più pervasivo nel nostro stile di vita di quanto immaginiate.
Consigli per chi si rendesse conto di essere incatenato in un'assunzione problematica di alcol? rivolgersi ad uno specialista delle problematiche alcol-correlate (i servizi pubblici dedicati alla materia si chiama Ser.T., ogni città ne dispone di una intera rete) e trovare gruppi di sostegno, siano essi Alcolisti Anonimi (A.A.) piuttosto che Club di Alcolisti in Trattamento (C.A.T.).
Per tornare al libro e alla simpatia che suscita il protagonista, mi chiedo se sia così necessario esporre la propria vita a tanti pericoli. Io credo che la scommessa sia proprio questa: non tiriamoci indietro, impariamo a godere di quanto ci capita, troviamo il coraggio di andare fino in fondo alla nostra vita, giorno per giorno, come fosse sempre l'ultimo istante, amiamo con tutti noi stessi i nostri cari, dedichiamoci al cento per cento alle nostre passioni, respiriamo a pieni polmoni l'aria che ci piace, nutriamo i nostri cervelli dei libri che ci fanno impazzire, esponiamoci alla musica che ci fa sobbalzare ed emozionare. Guardiamo i film che ci fanno sognare, dedichiamoci alle persone che ci fanno sentire desiderati, importanti, amati. Corteggiamo la persona che ci stimola la fantasia: con coraggio, accettiamo il rischio del rifiuto, ma non rinunciamo a metterci in gioco nella fantastica giostra delle relazioni affettive. Rendiamoci plastici, pieghiamoci con umiltà a qualsiasi situazione e mettiamo da parte i nostri ruoli istituzionali. Preferiamo la semplicità alla complessità: i veri grandi sono umili. Non diamo per scontato anche il più semplice "ti voglio bene" dei nostri figli, guardiamo con curiosità tutto ciò che ci capita intorno e non stanchiamoci di riflettere, ragionare, confrontarci. Impariamo dagli altri, chiunque essi siano. Cerchiamo di calarci nei loro vissuti. Chiediamoci, incantati dalla vita, cosa possiamo prendere dall'esperienza, qualsiasi essa sia, bella o brutta che appaia: niente è mai perduto, tutto è guadagnato. Gridiamo all'intero mondo quanto stiamo provando, condividiamo le nostre emozioni, impariamo a godere di una semplice cortesia ricevuta o donata, sviluppiamo l'occhio della comprensione e chiudiamo quello del pregiudizio (Carl Rogers esprimeva il desiderio di imparare ad ascolatare le persone fino a non provare la necessità di giudicarle). Preferiamo l'indulgenza alla condanna. Censuriamo ogni forma di violenza, di sopruso e di condizionamento. Promuoviamo la libertà. La vita fluisce nelle nostre vene giorno per giorno, il cuore batte senza mai smettere, la respirazione soddisfa i nostri polmoni senza che noi ce ne accorgiamo: appreziamo anche solo i ritmi del nostro corpo, che autonomamente ci consente di piangere e gioire. Rivolgiamoci col sorriso alle persone che incontriamo per strada e prendiamo sul serio le persone che scelgono di confidarci qualcosa di loro. Un segreto, raro come l'oro, brilla nel buio come un diamante, se sappiamo solo tutelarlo con rispetto di chi lo ha confidato con timidezza. Comunichiamo con chiunque, apriamoci alla vita. Cerchiamo di evitare l'esposizione a sostanze e attività che possono impedirci tutto questo.
In conclusione: siamo felici, giocamoci la vita senza metterla in pericolo.

giovedì 19 luglio 2012

"Una vita violenta" di Pier Paolo Pasolini (1959)

Da considerarsi un classico della letteratura italiana, "Una vita violenta" coglie le radici di una cultura emarginante, una collettività responsabile di fenomeni sociali forieri di discriminazione e devianza.
Il romanzo di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 - Ostia, 1975) narra la storia del piccolo Tommaso, che con la sua personalità suscita un intero ventaglio di emozioni: dalla tenerezza, alla rabbia, l'orrore, la delusione, il rifiuto, la voglia di riscatto, le aspettative deluse, la tristezza, l'orgoglio.
La storia del romanzo si ambienta nel dopoguerra, tuttavia può essere considerata attuale per le difficoltà che ostacolano i giovani e la loro realizzazione personale.
La violenza è l'elemento comune all'intera esperienza esistenziale del protagonista e del contesto sociale in cui cresce: una violenza sottoculturale, che risponde a diverse necessità, come strumento di difesa, ma anche come mezzo di divertimento. La prevaricazione appare esercitata con una tale facilità, che il lettore rimane sbalordito, col fiato sospeso per la non curanza delle conseguenze di tanta aggressività.
Pensando alla storia di Pier Paolo Pasolini e al suo tragico epilogo, non si può fare a meno di sobbalzare sulla sedia leggendo in numerose pagine del romanzo episodi che si sono poi realizzati nella realtà, fino a cagionare la morte dell'autore.
Quali le cause peculirari di tale condotta?
Il romanzo spinge il lettore a riflettere su alcune teorie criminologiche. Secondo la teoria della deprivazione relativa, quando i giovani meno abbienti si confrontano con gli altri più fortunati, provano un sentimento di rivalità scaturito dalle diverse opportunità dei due gruppi nella realizzazione personale: tale differenza provoca una rabbia che finisce per tradursi in agiti devianti. Secondo la teoria sottoculturale, la devianza giovanile invece è un prodotto della condivisione di valori violenti tra giovani che appartengono al medesimo ceto sociale e che finiscono per identificarsi nelle loro condotte di ribellione alla così detta società civile, dalla quale si sentono invece rifiutati. La violenza diventa quindi veicolo di idenità personale, tolta la quale il giovane si sente inadeguato sul piano relazionale e sociale.
Chiaramente la materia rappresenta una vera e propria sfida per l'intera collettività, in primo luogo per la scuola e per i servizi sociali territoriali.
Come psicologo devo purtroppo constatare che ancora oggi i giovani esposti a maggiore probabilità di emarginazione sono coloro i quali provengono da famiglie meno facoltose e costrette a vivere ai margini della collettività, pertanto, con minori probabilità di accedere a percorsi formativi idonei a introdursi a pieno titolo nella così detta società civile. 
Il contesto familiare e sociale in cui i giovani nascono si rivelano spesso delle profezie che si auto-avverano e  che finiscono per condannare il bambino, futuro adulto, ad una qualità di vita proporzionata alle proprie origini. 
Troppi pochi sforzi e investimenti sono elargiti per diffondere eguali probabilità di benessere a tutti gli strati della collettività.
Il romanzo di Pasolini assume a tratti le sembianze di una ricerca sociale partecipata. Lo consiglio a tutti, ma soprattutto ai lettori in età adolscenziale.

mercoledì 18 aprile 2012

"Carl Rogers. Un rivoluzionario silenzioso" di Carl R. Rogers e David Russell. Edizioni La Meridiana (2006)

Carl Rogers (1902 - 1987) è uno psicologo statunitense che col suo approccio psicoterapico centrato sulla persona ha rivoluzionato l'intera disciplina delle relazioni di aiuto. In questo libro Rogers è intervistato dal giornalista David Russell, ripercorrendo l'intera sua vita, sin dalle sue origni, fino a pochi mesi prima di morire.
Il libro è quindi un percorso autobiografico che spiega come nasce la scuola di pensiero di Carl Rogers.
Per me si tratta di uno dei libri più importanti dell'intera mia professione, per non dire della mia vita. Applico la teoria di Rogers ogni giorno e negli ambiti più estremi della sofferenza umana. Con Rogers, la persona è messa al centro di ogni attenzione: a lei è restituita la dignità di esistere e di trovare le risorse per un benessere smarrito nel corso degli anni. Rogers restituisce all'uomo il diritto di essere se stesso. Tutti noi siamo abituati ad essere giudicati e, di conseguenza, ci sentiamo etichettati da una società eccessivamente prestazionale, che non ha mai abbastanza tempo o voglia o interesse ad ascoltarci o a comprendere la nostra prospettiva. Con Rogers tutto questo cambia direzione: finalmente si valorizzano le emozioni soggettive, per una vita piena di responsabilità e di libertà. Con l'approccio centrato sulla persona si aiutano gli emarginati a recuperare il senso della colletività e l'esercizio di un potere personale che contrasta la sopraffazione di poteri terzi che hanno tutti gli interessi economici e politici di prevaricare.
Consiglio il libro a tutti, specie in questi anni di grande crisi economica e politica e di troppo facili derive pessimiste, non perchè il libro possa solo alzare l'umore, ma perchè aiuta a comprendere che un'altra società è possibile, se solo si valorizzano gli individui che la compongono.
Questa è la ragione che mi motiva ogni giorno a schierarmi al fianco dell'emarginato, l'indifeso, il sofferente di mente, anche con interventi gratuiti o, comunque a bassissimo costo, per restituire a tutti la possibilità di trovare benessere. Lavoro con la convinzione che tutti dobbiamo assumerci la responsabilità di contribuire al cambiamento.
Suggeriso il seguente video Alberto Zucconi, allievo di Rogers e fondatore (insieme a Rogers stesso) dell'Istituto dell'Approccio Centrato sulla Persona, di cui è tutt'oggi presidente: il video è un ulteriore approfondimento sul contributo che Rogers ha prommosso nella società moderna.

“La famiglia adolescente” (2015) di Massimo Ammanniti, Editori Laterza

Il libro affronta il tema dell'adolescenza e delle sfide che essa fornisce ai genitori. Quando i figli crescono e passano dall'età i...