domenica 5 maggio 2013

"Fai bei sogni" (2012) di Massimo Gramellini edizioni Longanesi

Un romanzo autobiografico intenso, pieno di emozioni e di insegnamenti. Pagina dopo pagina, la narrazione sembra un sogno. Non si può fare a meno di apprezzare gli sforzi del protagonista a trovare le risorse per superare il dramma della propria vita, la tragedia di aver perso la mamma a 7 anni, rimanendone schiacciato per un lungo periodo, ma riuscendo un giorno a trovare il coraggio di vincere la vergogna e svelarsi alla persona adatta per un'azione così intima. Sembra un paradosso, ma lo stato emotivo di un bimbo orfano non deve fare i conti solo con la deprivazione del genitore ormai perso, ma anche con la percezione che gli altri hanno di lui. C'é il desiderio di non essere relegato nella categoria dello sfortunato orfanello. Qui entra in gioco il bisogno di essere accolto, stimato nelle proprie capacità e di non essere rifiutato nella propria malasorte. Non essere amati e non sentirsi amati: qui la commiserazione e l'indifferenza possono forse risultate ancora più dolorosi della separazione dal genitore amato. Il senso di smarrimento che ne consegue è lacerante e mina i fondamenti di un'identità che rischia di divenire errante, fatua, persa nel vuoto. 
Nella mia professione di psicoterapeuta ho trovato diverse persone che hanno avuto esperienze analoghe a quanto descrive Massimo Gramellini in "Fai bei sogni": ho avuto modo di osservare l'importanza di legittimare le emozioni in tutte la coniugazioni in cui esse sono vissute. Lo scopo ultimo è quello di dare un senso alla propria vita e di lasciare che la rabbia ceda il passo alla pace e al perdono. 
Nel corso della lettura ho spesso pensato al potere dell'affidamento: laddove viene meno un genitore, un'altra persona si rende disponibile a regalare amore, affetto, attenzione. L'affido non mira a sostituire la persona ormai persa, ma a recuperare (o almeno a tentare di recuperare) la funzione affettiva che quella persona giocava e poteva giocare in vita nei confronti del bambino ormai orfano. L'esperienza di Massimo Gramellini, quando è costretto a confrontarsi col rifiuto della prima tata alla richiesta di fargli da mamma, supporta l'ipotesi che forse un affido lo avrebbe aiutato a superare il trauma dell'abbandono. 
Il romanzo di Massimo Gramellini insegna a sviluppare la forza per superare le sfide della vita e che, come diceva un suo professore in modo forse un po' brusco , "i se sono un marchio dei falliti. Nella vita si diventa grandi nonostante".

lunedì 8 aprile 2013

"Un oscuro bisogno di uccidere. Storie nere tra follia e malvagità" (2008) di Massimo Picozzi, Arnaldo Mondadori

Quando ho visto il volume sullo scaffale della libreria, non ho esitato a comprarlo. Alla base dell'acquisto una motivazione personale, la speranza di trovare risposta a quesiti che spesso si pongono nella mia mente quando lavoro come criminologo in carcere. Tutte le volte che incontro qualcuno o qualcuna che ha commesso reati di sangue, la riflessione mi porta su un sentiero senza fine: una vita umana ormai spenta, un'altra vita umana costretta in carcere. Oltre ad avere una funzione retributiva, il carcere serve alla riabilitazione, al recupero del reo, al suo reinserimento sociale. Come psicologo e come criminologo sono interessato a questa seconda funzione del carcere. Il codice deontologico della mia professione mi costringe a cancellare qualsiasi forma di discriminazione: devo essere pronto a instaurare relazioni di aiuto con qualsiasi persona me lo chieda. Ma siamo sicuri che tutto questo abbia ancora senso quando il gesto antisociale ha provocato la morte di un uomo o di una donna? Non ho risposte a questa domanda, se non il senso di inadeguatezza col quale mi confronto innanzi a tragedie di tal genere, tragedie forse più grandi di me. Alla fine, appare obbligata la scelta di assumere un silenzio rispettoso nei confronti di entrambe le parti: dell'autore col quale devo intraprendere una qualche relazione di aiuto e anche della vittima. So che mai avrò la possibilità di conoscerla, se non attraverso gli atti oppure, paradossalmente, da quanto di lei mi dice chi l'ha uccisa. So anche che il gesto non è la persona: sono due entità diverse. Chi sbaglia non è necessariamente una persona sbagliata. Così, mi avvicino alla materia sforzandomi di coltivare quell'umiltà necessaria ad essere efficaci nella relazione di aiuto, perchè in questa dimensione bisogna accantonare il giudizio, quello morale, e lasciare spazio alla comprensione, quella emotiva prima ancora che logico-cognitiva. Sono arrivato alla conclusione che quando più niente è possibile, non ci resta che tacere. Fare un passo indietro e ascoltare, niente di più, niente di meno. Lasciare che le moezioni prendano voce e siano espresse liberamente. A questo punto della mia carriera e delle conclusioni a cui sono giunto, ho aperto il libro di Massimo Picozzi: un criminologo ben più celebre di me e, evidentemente, ben più esperto. Icapitoli del libro sono dedicati a casi clinici che il collega ha trattato come perito di ufficio o di parte. Non c'è un vero e proprio filo logico tra un capitolo e l'altro: l'unico elemento comune sembra essere costituito da quella infaticabile necessità dell'autore di capire se il gesto omicida risponda alla volontà del reo, piuttosto che ad una vera e propria patologia. Infatti, quando la malattia mentale comporta la perdita o anche solo la diminuzione della capacità di intendere e di volere, le misure penali sono rispettivamente annullate oppure diminuite. Del resto, questo è il ruolo dello psichiatra, quando è chiamato in tribunale a valutare l'imputabilità di chi ha commesso il reato. I casi sono tutti descritti in modo molto chiaro. Encomiabile la capacità di Picozzi ad evidenziare il legame (talvolta persino suggestivo) tra le esperienze di vita delle persone da lui osservate e il gesto omicida: in tutte le sue peculiarità, l'omicidio sembra persino determinato da elementi esistenziali di chi lo ha commesso. Un ruolo determinante sembra essere assunto anche dalla relazione che legava l'omicida alla sua vittima, nonchè dalle situazioni contingenti in cui è consumato il gesto fatale. Alla fine del libro, Picozzi si chiede se esiste il male: evidentemente. Evidentemente, anche lui sente il peso di una professione che lo espone alla tragedia umana. La sua risposta è affermativa, come lui stesso dice all'ultimo rigo: "il male esiste". Torno a pensare agli interrogativi che motivavano la mia lettura e mi rendo conto che tale risposta non soddisfa tutte le mie necessità. Il male esiste, certo. Ma cosa possiamo fare una volta che lo abbiamo appurato? Quale risposta immaginare innanzi alla necessità di prevenire quanto più possibile gesti di questo tipo? Io credo che tutta la comunità debba essere stimolata a sviluppare una nuova sensibilità. Come dimostra lo stesso Massimo Picozzi in questo libro così tanto particolare per la sua recrudescenza, tanti e tanti casi di omicidio potrebbero essere evitati se al momento opportuno ci fosse stata la possibilità da parte dell'omicida o della vittima o persino di qualche parente a loro vicini di chiedere aiuto o di ricevere risposte alle richieste formulate. A questo punto non mi resta che parlare del ruolo che potrebbe assumere una rete di comunità più attenta e più sensibile ai propri cittadini, a partire dalla loro tenera età: la scuola, la famiglia, i centri di aggregazione nella loro molteplicità. Quanto sarebbe importante sviluppare un cultura più vicina ai bambini, agli emarginati, alle persone destinate ad un futuro di esclusione sociale. Una cultura dell'accoglienza, dell'ascolto, della legittimazione, della pace, del rispetto reciproco. Quanto sarebbe importante guadagnare il tempo, lo spazio e la cura per ascoltare e per guardare con maggiore intensità gli altri, i nostri vicini di casa, i colleghi, i conoscenti. Levinas ne fa persino un valore etico: l'Altro diventa la bussola di tutti noi, perchè riserviamo loro il trattamento che vogliamo ricevere da loro stessi. La reciprocità come nuova sfida etica e, dico io, sociale. Quanto sarebbe importante sostituire la competizione e l'arrivismo, con la comprensione e l'accettazione. E poi, voglio qui evidenziare quanto potrebbe essere importante l'intensificazione dei servizi sanitari e sociali, al fine di aiutare i mai abbastanza operatori sociali a garantire una presenza più intensa in un territorio che nei tempi moderni sembra essere sempre più abbandonato alle stupide logiche di bilanci economici: stupide perchè dimenticano il valore della salute mentale, che oltre a coinvolgere i professionisti, deve interessare di tutti coloro i quali possono migliorare la qualità di vita dei cittadini.

mercoledì 7 novembre 2012

"Il signore delle mosche" di William Golding. Titolo originale "Lord of the flies" (1954)

Non amo i reality show e non ne ho mai vista una puntata intera: mi sono solo affacciato per qualche istante quando mi sono abbandonato a quella pratica dello zapping che rende il telecomando di ogni casa più veloce di una racchetta da tennis di Wimbledon. Ciononostante già le prime pagine del romanzo mi hanno portato a pensare al format televiso, che negli ultimi anni ha invaso (e contaminato) la TV di intrattenimento più popolare (e meno interessante). 
Questa volta però si tratta di un romanzo sul quale il mio giudizio non può che essere positivo: un gruppo di minorenni è dimenticato su di un'isola dell'oceano a causa di un incidente aereo. Inizialmente il gruppo riesce a trovare le modalità per far fronte all'esigenze primarie di sopravvivenza. Nasce in fretta una gerarchia interna al gruppo ed un'organizzazione sociale che consente in qualche modo di pianificare interventi atti alla nutrizione dei più piccoli e alla costruzione di rifugi. Compiti e ruoli sono distribuiti (anche se con fatica) secondo criteri oggettivi e condivisibili: laddove non c'è la possibilità di partecipare alla decisione, uno dei protagonisti è stato eletto per assumersi la responsabilità di tutto il gruppo. 
Ad un tratto gli equilibri sociali si rompono, le rivalità tra le due personalità più forti del gruppo prendono il sopravvento: l'organizzazione dei rapporti interpersonali è rapidamente stravolta, di conseguenza le vicende sull'isola precipitano, fino a rendersi drammatiche. Il comportamento dei ragazzini diventa violento e le azioni riflettono istanze dal carattere tribale: l'atmosfera si rende incandescente, il pericolo pare trasudare dalle pagine di Golding, e le emozioni negative dei protagonisti si sostituiscono al bene comune: i ragazzini (paradossalmente tutti provenienti dalla civilissima Inghilterra) agiscono ora come veri e propri selvaggi. Il romanzo cambia volto e la tensione appare degna di un noir. Trovo il romanzo molto intenso sul piano psicologico, perché a ben vedere è l'elemento emozionale che scatena la frammentazione sociale dell'intera tragedia narrativa; il gruppo infatti si frantuma quando non riesce più a controllare la paura. Il panico e l'incertezza diventano intollerabili quando cresce il timore di essere assaliti da una belva che nessuno ha mai visto, ma che tutti immaginano, fino a concretizzarsi in una psicosi collettiva, dall'irresistibile suggestione ansiogena. 

Quanto realistica appare la metafora narrativa del romanzo di Golding, se solo proviamo a confrontare le vicende dell'isola con la nostra società moderna: l'ansia, la paura di essere schiacciati o di impazzire. Il timore di perdere il controllo si traduce nei tempi moderni nell'esigenza di confrontarsi col mostro in prima pagina, di cui si parla e si sparla senza fine e senza meta, con l'implicito scopo di creare un fantomatico nemico, al fine di creare un simulacro di amicizia o un'apparente condivisione. La freddezza affettiva fa da contraltare all'esigenza di anestetizzarsi dalla paura: l'uomo postmoderno appare così lontano dal gesto empatico, che sovente si notano per la strada comportamenti dal sapore primitivo, lontano da qualsivoglia civiltà. La rabbia e l'aggressività, l'egoismo e l'indifferenza: emozioni così comuni da apparire oggi accettabili in una normalità quotidiana priva di senso. 

Il solipsismo pare ci renda ciechi che brancolano nel buio, pur dotati di occhi e luce. 

Al riguardo, mi sovviene qui un aneddoto accadutomi all'inizio della mia carriera. All'epoca lavoravo come educatore in una comunità per tossicodipendenti e accompagnavo un paziente sul furgone dell'Associazione, vistosamente ingombrante e lento.  Nel corso del tragitto in una strada stretta, a un tratto il paziente manifestò stupore, perché avevo accostato, per far passare le auto che nel frattempo si erano accodate dietro di noi: quel paziente mi confessò che avrebbe voluto un giorno conquistare la necessaria calma da poter cedere anche lui con serenità la precedenza. 

Intesi la sua confessione come una vera lezione di vita: il disagio mentale ci rende chiusi all'altro, incapaci di limitare il nostro ego a vantaggio di chi sta al nostro fianco. 

Per tornare al romanzo, le pagine di Golding ci consentono di riflettere su quanto sia importante prendere contatto con le emozioni, questa volta in termini maturi, al fine di non lasciare che la paura prenda il sopravvento sulla razionalità, affinché il bene comune della collettività non sia lasciato indifeso innanzi alle istanze distruttive presenti nella natura umana.

sabato 20 ottobre 2012

"Qualcuno con cui correre" di David Grossmann. Titolo originale "Misheu Laruz Ito" (2001)

Nei libri le azioni, gli eventi e la trama stessa del racconto possono prestarsi ad una complessa metafora della vita. Ebbene, in "Qualcuno con cui correre" l'inseguimento di un cane da parte di un giovane che lavora per il servizio civico degli accalappiacani si presta sin dalle prime scene a innumerevoli suggerimenti di riflessioni di un mondo in cui gli adulti appaiono troppo distratti nei confronti dei minori, lasciati a se stessi per risolvere le proprie tragedie. Una corsa a perdifiato, metafora del tempo che sfugge e che si porta via attimi preziosi, ma anche dell'urgenza necessaria per raggiungere gli obiettivi della vita, quelli importanti. Non sappiamo dove il protagonista sta andando, e non lo sa neanche lui, come spesso capita nella vita di tutti noi. A guidare Assaf (questo è il nome del giovane) è un cane, che scappa per strade sconosciute, dove la folla si mischia in una molteplicità di colori, odori, scene, personaggi: il giovane ha inatti il compito di individuare la padrona del cane e di consegnare la multa per averlo abbandonato. La lettura pare accellerare il battito cardiaco per una prestazione fisica ben al di sopra delle nostre capacità atletiche. Corri corri, le pagine scivolano rapidamente anch'esse e la trama del libro prende presto quota, fino a diventare così complessa da farci venire quasi le vertigini. Tanti sono i temi toccati: la solitudine, la paura, la tossicodipendenza, l'abbandono e lo sfruttamento dei minori, le sette, il maltrattamento e la segregazione, la manipolazione, la violenza, il pericolo. La profondità psicologica dei personaggi è curata con attenzione dall'autore, così le relazioni interpersonali lasciano immaginare le aspettative reciproche tra i soggetti coinvolti, in un rapporto che mano a mano diventa sempre più intimo e finisce per coinvolgere il lettore: ci si sente presto immersi nella città di Gerusalemme e l'immaginazione sembra scatenarsi a sentire gli odori e vedere le scene dei protagonisti. Il romanzo è capace di creare una sorta di spazio virtuale in cui ci si sente realmente immersi. Ad aumentare la tensione, una trama che assume i sapori di un giallo, che non sfugge ad un impegno sociale, dal retrogusto amaro di un mondo che pare non avere alcun interesse a tutelare i minori, specie quelli esposti all'emarginazione sociale. A sigillare quest'ultima nota, fino a trovare una via di uscita nell'arte e, in particolare nella musica, c'è il tema dell'amore e del coraggio di perseguire fino in fondo i nostri obiettivi. Non nascondo che il ruolo riservato dal racconto alla musica, la mia preferita espressione artistica, contribuisce per me a rendere il romanzo di particolare fascino, tanto che nel mio impegno a fondare e seguire una scuola di musica indirizzato ai bambini e all'intento di rendere la musica veicolo di socializzazione, c'è un po' anche l'eco della penna di Grossmann.

lunedì 15 ottobre 2012

"Le libere donne di Magliano" (1953) di Mario Tobino

La mia generazione di psicologi-psichiatri non conosce gli istituti manicomiali, se non per averne sentito parlare o per averne letta qualche notizia sui libri o sui manuali che hanno contribuito alla nostra formazione. In Italia i manicomi sono chiusi dalla legge Basaglia, la Legge 180 del 1978: non voglio soffermarmi sulle complesse ripercussioni da essa comportata sulla comunità, tuttavia mi si lasci solo accennare che la legge Basaglia torna ciclicamente ad essere criticata in modo (a dir poco) sconsiderato, tanto più alla luce del livello di inciviltà che abbiamo raggiunto (e pare che in materia non ci sia mai fine al peggio) nell'altro colosso istituzionale di chiusura totale, quale è il carcere e, con esso, l'unico residuo manicomiale ancora aperto: recenti servizi televisivi dimostrano che gli ospedali psichiatrici giudiziari possono essere considerati record di disumanità moderna in Italia sia nell'igiene delle infrastrutture, sia nelle attenzioni riservate agli ospiti, non a caso definiti ancora oggi "internati". Diciamolo con chiarezza: la chiusura del malato di mente (specie così concepita in termini meramente repressivi e punitivi, oltre che umilanti) risponde (forse) ad un'esigenza della collettività, ma certo non guarisce la persona malata. Ai tempi della Legge Basaglia avevo appena 8 anni, pertanto ero in terza elementare. Ricordo la testimonianza di un genitore di uno dei miei compagni di classe, un fotografo, che veniva in aula a parlarci di tempi di esposizione e messa a fuoco dell'immagine. In occasione di una delle sue visite illustrò alcune fotografie scattate all'interno del manicomio di Firenze, il San Salvi. Non so perchè scelse proprio questa materia così delicata e sensibile, specie per bambini così piccoli quali eravamo noi all'epoca, ma immagino che il suo interesse per il manicomio derivasse dal fervore che in quegli anni nutrì l'opinione pubblica sull'argomento. Ricordo che già in quella tenera età, la prima sensazione in me destata da quelle immagini fosse la curiosità: avrei voluto sapere come veniva scandita la giornata all'interno di quelle mura invalicabili. Desideravo confrontarmi con quelle persone bizzarre, che erano là dentro ospitate. Molto probabilmente quella testimonianza fu il primo mio contatto con la malattia mentale e non so dire se quella circostanza ha in qualche modo contribuito alla successiva scelta di studiare psicologia. A causa della mia età, ricordo solo vagamente il dibattito che in quegli anni accompagnò la legge Basaglia, di cui naturalmente ho letto più a fondo negli anni della mia formazione professionale. "Le Libere donne di Magliano" è un libro che apre una finestra su quei luoghi segreti. La penna di Mario Tobino, psichiatra oltre che scrittore, si rende veicolo di una testimonianza che riesce ad unire la presenza professionale dello scrittore, alla sua preziosa sensibilità umana. Dispongo della seconda edizione del romanzo, la cui prefazione è scritta nel 1964, dove si fa appello ai "sani" di essere più attenti ai "malati di mente" (le virgolette stanno a significare la citazione letterale della definizione dell'autore): Tobino si permette un velato gesto di trasparenza, lasciando intendere quanto sia usurante vivere a contatto con la malattia mentale (oggi si parla di burnout), pertanto chiede già negli anni '60 maggiori investimenti a favore delle persone colpite dalle turbe pischiche, individuando la necessità di coinvolgere maggiori professionisti medici e infermieri. Nella medesima prefazione si fa cenno all'introduzione dei farmaci avvenuta nel corso dei dieci anni che intercorrono dalla prima edizione: l'autore accoglie con atteggiamento critico l'introduzione dell'apporto farmacologico, perchè se da una parte il farmaco aiuta alcuni ospiti ad uscire dalla follia, da un'altra parte esso rappresenta agli occhi dell'autore un ambivalente ulteriore camicia di forza della psiche umana: siamo sicuri, si chiede Tobino, che mettendo a tacere le urla dei malati mentali, non li rendiamo più tristi? La domanda è tutt'altro che superata: sappiamo quali sono le potenzialità dei farmaci psichiatrici (peraltro oggi anni luce più evoluti dai farmaci di cui disponeva Tobino allora) e sappiamo quali sono le difficoltà di adesione al trattamento farmacologico di molte persone sofferenti (in linguaggio moderno la tematica è definita col termine compliance). Già in quegli anni Tobino riscontra nella figura delle psicologo il possibile strumento di dialogo tra istanze che rischiano di rimanere separate: l'atteggiamento medico-biologico da una parte e la valenza umana ed esistenziale dall'altra, da cui deriva la necessità di un incontro "da uomo a uomo" (a dimostrazione della modernità di tale aproccio, mi si lasci ricordare 1) che Rogers, l'autore capostipite della scuola di psicoterapia che guida il mio metodo terapeutico, usa dire "da persona a persona"; 2) che Martin Buber sottolinea l'importanza di un rapporto dialogico, all'interno del quale l'io si fonde col tu, a formare una relazione che può essere terapeutica solo se veicola un dialogo nel quale chi cura ha una tale considerazione chi è curato da lasciarsi modificare da quest'ultimo). Oggi sappiamo che le due istanze (quella medico-farmacologica e quella psicologico-esistenziale) trovano una giusta collocazione solo all'interno di un sereno dialogo tra professionisti di diversa estrazione formativa: finalmente lo psichiatra e lo psicologo hanno smesso di sentirsi in competizione, consapevoli del contributo specifico che ciascuno dei due può portare in una materia troppo complessa per poterla anche solo immaginare scotomizzata da inutili preconcetti ideologici. Qui c'è a mio parere il valore del libro (un vero e proprio diario dello psichiatra Tobino) qui commentato: non solo il pregio di descrivere la vita interna dell'istituto manicomiale di Lucca, ma anche il valore aggiunto di dar luce alla malattia mentale, con un linguaggio classico nei termini, ma tutto moderno nelle intenzioni, tese a restituire agli ospiti il diritto di provare passioni, idee, motivazioni e bisogni: i malati mentali non sono soggetti alieni alla natura umana, ma persone con vissuti personali degni di rispetto e di fiducia, con le quali è necessario dialogare. Consiglio la lettura a tutti, ma soprattutto la consiglio agli psicologi e agli psichiatri in formazione, per maturare una professione che ha bisogno della capacità di incontrare le persone, prima ancora che di tecniche, più o meno sofisticate che siano.

sabato 13 ottobre 2012

"1984" di George Orwell (1948)

Cosa succederebbe se qualcuno agisse in modo sistematico sulla storia, concellando ogni traccia del nostro passato e sostituendola con una realtà ricostruita ad hoc per manipolare l'anima di un'intera collettività, trasformando gli individui in stupidi fanatici di un'ideologia priva di valori etici? E cosa accadrebbe se il controllo della cittadinanza fosse esteso al pensiero o alle intenzioni individuali attraverso la persecuzione di una "psicopolizia" che, in nome della sicurezza collettiva, cercasse presunti rivoluzionari nelle mere ambizioni emozionali di ciascuno di noi? E se persino il linguaggio fosse oggetto di un drastico snellimento lessicale per impedire e ostacolare il pensiero? George Orwell (1903 - 1950), nel suo romanzo profetico "1984", descrive una società raccapricciante, costruita per ridurre ogni libertà umana e limitare ogni capacità volitiva e motivazionale delle persone. Per tanti (troppi) aspetti, la società immaginata da Orwell assomiglia alla società post-moderna da noi popolata quotidianamente, e fin troppo abbandonata ai poteri di fatto incontrastati del mercato. A dimostrazione di quanto sia importante il romanzo di Orwell, non c'è saggio sulla società contemporanea che non si confronti in qualche misura sul valore profetico dell'opera qui esaminata. Da un punto di vista psicologico mi chiedo se un sistema totalizzante può d'avvero inibire qualsiasi iniziativa motivazionale dell'inividuo. Non dico quale risposta fornisce l'autore (lascio la sorpresa a chi voglia leggere il volume), tuttavia mi sembra importante provare ad analizzare quanto l'uomo post-moderno sia in grado di resistere ai condizionamenti operati dai mezzi di comunicazione di massa. Appare innegabile l'influenza dei media, tuttavia non voglio cedere al pessimismo più cupo: conservo la convinzione che il singolo individuo possa coltivare le risorse per confrontarsi in modo critico con il bombardamento mediatico. Come fare? Aggrappandosi tenacemente alla valutazione di quali sono i veri bisogni personali, senza lasciare che nessuno si sostituisca al potere personale di decidere cosa è bene e cosa è male per noi stessi. La verità è solo nella nostra esperienza, purchè siamo psicologicamente flessibili e disposti a prendere atto delle informazioni che provengono dal contesto in cui viviamo e dalle esperienze che mano a mano ci offre la vita quotidiana. Troppo spesso, per il timore di confrontarsi con i fatti della vita, ci rifugiamo in false convinzioni, talvolta di natura dogmatica, tal'altra di semplice superstizione o pregiudizio. Non è un caso che il disturbo d'ansia sia così diffuso nella società attuale: ci siamo alienati dalle tradizioni che costituiscono la nostra cultura, siamo diventati privi di una vera e propria identità, ci fidiamo della conoscenza scientista, prima che di noi stessi. Non sappiamo più cosa vogliamo e quale obiettivo perseguire, lasciamo che fantomatici tecnici diano suggerimenti di come annientare preoccupazioni, entusiasmi, aspirazioni. Ci siamo anestetizzati attraverso le medicine e l'edonismo, barattando inconsapevolmente il senso della vita con i piaceri momentanei. Per questa ragione il ruolo dello psicologo (che non prescrive farmaci) è ingenuamente inteso da molte persone come un ruolo superficiale e arbitrario. Nella realtà lo psicologo aiuta le persone a riscoprire le proprie risorse personali. In altre parole, di contrastare quella visione disfattista e rinunciataria secondo la quale niente più è possibile: chi rimane vittima del nichilismo, in realtà tenta di evitare la sfida della vita, nel timore (consapevole o inconsapevole) di confrontarsi prima o poi con la possibilità di rivedere le proprie scelte iniziali, rinunciando alla realizzazione dei progetti personali. Garantito: in questo modo la frustrazione e la delusione prendono il sopravvento sulla speranza e la progettualità. La pesantezza si sostituisce alla gioia di vivere e, come petrolio sulle ali dei gabbiani finiti in un oceano inquinato, il pessimismo finisce per ostacolare il volo, costringendoci ad una quotidiana noiosa monotonia, priva di stimoli. Quante volte in studio mi confronto con persone che hanno perso ogni speranza e si danno per sconfitte prima di mettersi in gioco? Accettano la morte, prima ancora di sfidare la vita, perchè temono il fallimento, prima ancora di tentare di realizzare i propri sogni. La cultura dominante odierna non aiuta a recuperare la fiducia. In un mondo sempre più apatico, nel quale la tecnica sostituisce la relazione, persino la nostra esperienza di vita sembra ridotta a scatolette commerciali, al pari della carne e delle verdure che mangiamo, giacchè l'appetito sembra guidato dalla pubblicità prima che dalla sensazione della fame. Quanto siamo in grado di mantenere la speranza e conservare quello spirito di iniziativa che costituisce la nostra realizzazione personale? Il pensiero va alle tragiche esperienze dei regimi totalitari. Mi sia consentita una citazione: come ben descrive Primo Levi, persino nei campi di concentramento le persone non finivano di sognare il cibo e di anelare alla vita fino all'ultimo istante, sebbene il contesto in cui erano costretti a morire comunicasse in ogni momento e in ogni dettaglio che non c'era alcuna speranza di uscire vivi da una macchina costruita solo per uccidere. Proprio in quella speranza, talvolta dal sapore utopico, si colloca il senso della vita. Una visione ottimistica della natura umana e dell'universo intero, che trova espressione metaforica nell'ultima stampella lanciata sul fronte contro il nemico, non tanto nel vano tentativo di colpirlo, quanto nella piena consapevolezza di comunicare al mondo intero: "No, io non ci sto! Io rinnego ogni forma di sopruso e rivendico la mia libertà, battendomi per la libertà e il rispetto di chiunque". Retorica? No, ideali a cui non voglio rinunciare, per niente al mondo!

mercoledì 10 ottobre 2012

"Lo struscio fiorentino" di Franco Ciarleglio, tipografia Bertelli

Ogni città ha una sua singolare personalità in parte ereditata dal passato, in parte modellata dalle persone che quotidianamente la vivono. Ogni volta che mi reco in una città nuova, immagino cosa potrebbero dirmi le statue, le facciate dei palazzi e persino le pietre se potessero parlarmi. Pagherei oro per incontrare un qualsiasi cittadino del passato e chiedergli come si vive nella sua città nel corso degli anni della sua vita: partecipare alle usanze popolari, gustare i suoi cibi, spiare nelle case per osservare il clima familiare, le credenze, le aspettative, le delusioni. Se le pietre potessero parlare! Chi sa quale immagine avremmo della nostra città. Ebbene, questo libro riesce ad avverare il mio sogno. Le usanze popolari e le credenze della Firenze antica, così come sono testimoniate da tanti e tanti dettagli evidenziati in pagine di storia scritte in modo leggero e divertente. Da quando ho letto questo libro mi sento un po' più fiorentino: lo suggerisco a Marchionne, che parla prima di pensare, ammesso che il suo pensiero possa apprezzare la bellezza di una città che certo non merita i tristi apprezzamenti oggi formulati nei nostri confronti. Permettetemi di andare fuori tema e di sfruttare un libro d'arte per parlare della cronaca odierna. Vi propongo alcune brevi considerazioni, che vogliono evocare i commenti formulati sulla lettura di Bauman, commentato su questo blog appena poche settimane fa. A fronte del suo concetto di "povertà" (la frase del a.d. della Fiat evoca Firenze come piccola e povera città), cosa può rappresentare un personaggio come Marchionne se non l'espressione di una globalizzazione imperante, che tenta di convincere l'opinione pubblica sulla presunta necessità di indebolire i diritti dei lavoratori in nome di un progresso che sta in realtà aumentando le classi sociali povere a vantaggio dei pochi ricchi? La ricchezza di una società non può essere contabilizzata solo attraverso il Pil: del resto la concezione meramente economica e commerciale della società sta ormai dimostrando i suoi limiti in tutti i paesi industrializzati. Prendere coscienza di tali fenomeni significa anche ribellarsi e non cedere alla manipolazione dell'informazione, in virtù della difesa dei diritti dei più deboli e del benessere collettivo. Tornando al libro qui commentato, nella sue pagine si ha l'opportunità di apprezzare il significato di vecchi detti o espressioni popolari, in virtù di una concezione della società a mio parere alternativa alla depersonalizzazione dell'epoca post-moderna, il cui contrasto ci spinge alla ricerca della valorizzazione delle tradizioni.

“La famiglia adolescente” (2015) di Massimo Ammanniti, Editori Laterza

Il libro affronta il tema dell'adolescenza e delle sfide che essa fornisce ai genitori. Quando i figli crescono e passano dall'età i...