lunedì 15 settembre 2014

"Il giardino dei Finzi-Contini" di Giorgio Bassani (1962)

Una famiglia intera sparisce a causa dell'oppressione nazzista contro il popolo ebraico. "Il Giardino dei Finzi-Contini" racconta la storia di tale famiglia, non senza rinunciare alla più normale quotidianità di una vita domestica relegata all'unico luogo in cui poteva incontrarsi un gruppo di giovani universitari ebrei: un giardino, quasi sospeso nel tempo, in una villa dotata di campo da tennis, alberi e cespugli. Un luogo che rappresentava un rifugio, per quanto illusorio, dall'oppressione del regime, che si faceva sempre più violenta e discriminatoria. Lunghi pomeriggi, il tempo pare a volte non passare mai: nonostante lo sfondo xenofobo di un'Italia fascista, il romanzo trova lo spazio anche per un innamoramento non corrisposto. La guerra uccide, ma certo non impedisce alla passione di consumare il suo tempo.
Proprio tale apparente normalità rende ancora più tragica la scomparsa del nucleo familiare. 
Struggente, nostalgico, poetico e avvincente allo stesso tempo, il romanzo porta il lettore a confrontarsi con la follia di una guerra iniqua ..... come inique e tragiche sono tutte le guerre del mondo.

venerdì 12 settembre 2014

"Gefangnistagebuch" (1946) di Luise Rinser titolo originale trad. it. "Diario del carcere"

Per comprendere bene un fenomeno sociale è necessario osservarlo da diverse prospettive. In questo diario il nazismo è narrato non più nella mera e aberrante contrapposizione tra SS ed ebrei, ma raccontato da una scrittrice e psicologa tedesca, Luise Rinser, che non condivideva le idee nazionalsocialiste. A causa delle proprie idee politiche è stata reclusa nelle carceri tedesche all'epoca della dittatura di Adolf Hitler. La testimonianza è agghiacciante per il trattamento riservato in quelle carceri: la freddezza e l'indifferenza del personale di sorveglianza, i cui occhi non vedono nel recluso una persona, ma un oggetto da maltrattare e da sfruttare. Il pensiero va ancora una volta alla banalità del male: l'indifferenza, la mancanza di considerazione da parte di chi gestisce il potere, nei confronti di chi quel potere lo subisce. Il carcere, un non-luogo, in cui il tempo e lo spazio appaiono sospesi in una dimensione astratta, all'interno della quale c'è solo dolore, violenza e sofferenza. Non a caso, quel luogo è chiamato ancora oggi istituto di .... pena.

mercoledì 2 aprile 2014

"La solitudine dei numeri primi" (2008) di Paolo Giordano. Premio Strega e Premio Campiello Opera Prima 2008

Le tragedie si catapulcano su due vite parallele, che finiscono per incrociarsi, forse per caso, forse per destino. Due storie di vita che fanno della sofferenza un'indissolubile collante: la solitudine non conosce rimedi e il silenzio si rende assordante. L'infinito disorienta quando la vita è attanagliata dal senso di colpa o dalla stigmate di un handicap. L'autolesionismo e l'anoressia diventano segnali di espressione di una sofferenza altrimenti non contenbile. L'unico rimedio è l'attesa, la sensibilità per l'altro, la delicatezza di un'attenzione fondata su delicatissimi gesti di affetto. L'amore, quello vero, può accettare anche la rinuncia della dolce metà. Così, proprio quando pare che niente sia più recuperabile, la speranza tenue e flebile, pare affacciarsi in un orizzonte diverso, forse ancora incerto, ma finalmente dotato di una nuova bussola interiore.
Le mie riflessioni si sono rivolte spesso alle figure genitoriali che nel romanzo appaiono sorde, cieche, quasi indifferenti, totalmente incapaci di dialogare con i figli. 
La lettura procede spedita, nonostante la sofferenza sembri materilizzarsi in pagine di piombo, dure da girare. I protagonisti entrano nella carne come un coltello, e lasciano ferite aperte, difficili da rimarginare. Un romanzo imperdibile.

venerdì 31 gennaio 2014

"Magazzino 18" di Simone Cristicchi (2014)

Uno spettacolo teatrale di ricostruzione storica di una vicenda dolorosa: la memoria è qui carica di nostalgia, tristezza e rabbia. Purtroppo la rappresentazione teatrale di Firenze è stata disturbata dalla visita di un gruppo di giovani, che in nome di un'ideologia politica, pretendevano di informare persone che hanno vissuto sulla propria pelle la triste vicenda dell'esodo dall'istria, con l'intento di volerle convincere di un presunto revisionismo storico. Tra quelle persone anche mia madre, presente in sala. Si è trattata di una visita violenta, arrogante e volgare, che ha suscitato tensioni e rabbia nella platea presente. Finita l'invasione è iniziato lo spettacolo. Simone Cristicchi, bravissimo, ha con eleganza e singolare intensità emotiva, descritto quanto accaduto al popolo istriano, costretto a scappare da un enpasse sociopolotico, che ha provocato numerossissimi morti e inestimabile dolore. Al termine, la platea ha ringraziato il cantautore con un applauso lungo e intenso. Gli occhi degli anziani erano bagnati da lacrime di una ferita mai rimarginata. La nostalgia è dura a morire. La memoria mi riporta a quelle lacrime, che bagnavano anche gli occhi di mia nonna, vedova a soli 21 anni, quando tanti anni fa non trovava conforto in sere solitarie, passate con me ancora piccolo.

giovedì 29 agosto 2013

"Pashmina" di Antonio Ferrazzani. Edizioni della Meridiana, Firenze 2005

Un libro di racconti con i quali l'Autore dimostra di possedere una penna sensibile e pungente, che come un bisturi entra nelle carni, cogliendone con precisione e puntualità la sofferenza dell'anima. I sette racconti che compongono l'intero volume sono tutt'altro che scontati nello sviluppo narrativo. Il gesto introspettivo effettuato nei confronti dei personaggi non scende a compromessi con le sofferenze da loro provate.
Capace di cogliere aspetti imprevedibili dell'emotività, il lettore si identifica facilmente con i vissuti dei personaggi. Nel corso della lettura ci accompagna una tenera suspance che l'Autore pare voler tenere abilmente in tensione, al fine di facilitare l'identificazione con le vicende narrate.
Alcuni temi ricorrenti nella scrittura di Antonio Ferrazzani in "Pashmina": l'amore, le relazioni interpersonali e il ciclo della vita. Come un'inderogabile parabola, la delusione fa seguito all'illusione e gli slanci vitali fanno i conti con le perdite affettive. I sentimenti di speranza e di spinta motivazionale si confrontano con realtà esistenziali o vicende personali, che l'Autore non manca di cogliere, ed anzi li onora fino in fondo, pur di non tradire con una fondamentale onestà spirituale un mistero della vita, forse inafferrabile nell'assoluto, ma inevitabilmente presente nella quotidianità. Primo fra tutti, si riscontra nella visione della natura umana dell'Autore il valore della fedeltà, non solo nelle relazioni affettive, ma in termini più profondi, nei confronti dei propri sentimenti.
La riflessione non può che portare il lettore a confrontarsi con una deriva della società contemporanea, che perde ogni coordinata ideologica, valoriale e anche solo motivazionale. L'edonismo pare d'avvero aver sostituito l'impegno sociale: leggerezze, discriminazioni e controsensi sembrano popolare ogni dimensione della società che condividiamo.
Ha proprio ragione Antonio Ferrazzani quando dice "C'è bisogno di gente che pensa. Ce n'è sempre stato tanto bisogno. Ma mai come ora".

domenica 26 maggio 2013

"I vizi capitali e i nuovi vizi" (2003) di Umberto Galimberti

Un percorso tra i vizi dell'uomo post-moderno: non solo quelli "individuali" (per es. l'invidia, la superbia  e l'avarizia), ma anche i nuovi vizi "collettivi" (il consumismo, in conformismo, la spudoratezza, la sessuomania, la sociopatia, il diniego e il vuoto).
Si tratta di un vero e proprio viaggio conoscitivo tra i nostri difetti. 
Puntuale come sempre, Umberto Galimberti fornisce gli strumenti filosfici necessari per comprendere i sentimenti che sottendono i vizi della natura umana. 
Al termine della lettura abbiamo numerosi strumenti per attenuare il giudizio moralista e raffinare la capacità di comprendere: in questo modo il gesto empatico nei confronti delle persone che incontriamo può risultare più spontaneo.
L'opera è utile a sviluppare gli strumenti necessari nella relazione di aiuto nei confronti delle persone che sono colpite dai "vizi": al riguardo apprezzo il ripetuto riferimento dell'autore alla necessità di instaurare un incontro trasparente e sincero nei confronti delle persone in difficoltà.
Consiglio la lettura a tutte le persone coinvolte a qualsiasi titolo nelle professioni sociali,  educative o psicoterapiche.

"Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati (1940)

"Il deserto dei tartari" è un romazo la cui trama pare sospesa nel tempo, nell'attesa di un evento che sarà la grande occasione della vita, quella che restituisce gloria e celebrità al protagonista. 
In quell'attesa, la speranza pervade ogni altra emozione, e l'ambizione diventa paradossalmente la rinuncia a vivere. In questa dimensione di incertezza, nel grigiore di giornate che si susseguono lentamente sempre uguali, le stagioni portano via intere decadi, senza che il protagonista abbia la chiara percezione di tutto quel tempo trascorso in esilio.
Non si può dire che il protagonista non si interroghi sulla necessità di cambiare stile di vita, anzi il tormento tra il rimanere in attesa e il fuggire via è continuamente replicato in un conflitto interiore che pare non trovi soluzione.
Il romanzo mi sembra una perfetta rappresentazione di quanto spesso accade a tutti noi, quando la speranza che qualcosa cambi prevale sul nostro agire concretamente. L'immobolismo è troppo spesso più potente dell'interventismo. Pur rendendoci  conto che stiamo sprecando il nostro tempo, non troviamo il coraggio di attivarci: accade quando diciamo a noi stessi "sai quello che lasci e non sai quello che trovi". 
Quante volte la sicurezza di fallire vince sull'incertezza di vincere? Quante volte rimaniamo passivi, lasciandoci illudere dal fatalismo o consolarci da vaghi sentimenti di impotenza? Qui ogni attenuante è valida per giustificare la rinuncia a metterci in gioco. Attenzione! qualche volta persino il sintomo psicologico può giocare il ruolo di attenuare quei sensi di colpa che derivano dalla scelta di abbandonare il confronto con le nostre difficoltà.
Si tratta di una vera e propria trappola psicologica, a causa della quale siamo immobilizzati dal timore di scegliere e dall'ansia di vivere.
Così rischiamo di morire quando siamo ancora nel pieno della nostra vitalità. Il sogno a cui agognamo si trasforma in un'amara illusione che finisce per portarci ad una pervasiva rabbia nei confronti della vita.
Troppe volte ho assistito come psicoterapeuta persone immobilizzate dal timore di fallire.  In queste condizioni il pessimismo si sostiuisce alla fiducia di cambiamento e la tristezza occulta ogni spinta vitale.
Ho constato che l'accoglienza di quelle emozioni che ci condannano all'immobilismo può aiutare la persona a recuperare fiducia nelle proprie capacità: in questo modo la persona recupera il potere personale di introdurre i provvedimenti necessari a raggiungere nuovi obiettivi esistenziali.

“La famiglia adolescente” (2015) di Massimo Ammanniti, Editori Laterza

Il libro affronta il tema dell'adolescenza e delle sfide che essa fornisce ai genitori. Quando i figli crescono e passano dall'età i...