giovedì 21 febbraio 2019

"Il giudice che scopre il carcere" di Cristina Bassi e Luca Fazzo, tratto dalla rivista Ristretti 19 febbraio 2019

E' impressionante quanto poche parole possano descrivere così chiaramente l'ambiente del carcere nella sua infinita complessità.
Un giudice visita a fine carriere il carcere nel quale ha costretto i suoi condannati per 17 anni. Finalmente ha dato uno sguardo alle celle e alle condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti.

Lavoro in carcere dal 2003 come psicologo. I testi giuridici parlano della inalienabile funzione trattamentale della pena, ma la realtà penitenziaria rende le pena solo umiliante, infatti lì dentro non funziona praticamente  niente: non c'è igiene, pochissime le iniziative formative, praticamente assente il lavoro. La maggior parte dei detenuti si annoia giorno e notte.
Gli operatori penitenziari fanno i salti mortali per garantire il minimo sindacale.
Ovviamente la materia è politica. Senza i necessari investimenti, non è possibile organizzare niente  di concreto.
Ebbene, sarebbe bello sapere che i nostri giudici fossero più consapevoli di tutto ciò e ancora più bello sarebbe sapere che gli ambienti penitenziari fossero maggiormente aderenti al mandato costituzionale della funzione della pena.
Ecco il link dell'articolo a cui faccio riferimento: Il giudice scopre il carcere

lunedì 4 febbraio 2019

"La compagnia del cigno" serie televisiva RAI1

L'idea era buona: le vite di 7 adolescenti si intrecciano in conservatorio nel corso di una quotidianità articolata in sessioni di prove, studio e lezioni. 7 protagonisti, tanti quante sono le note della scala.
Giovani che studiano musica classica e amano faticare dietro ad un leggio, perlustrando le note scritte sui pentagrammi di Beethoven, Ravel, Bach, Mozart, Verdi, etc.
Ho seguito la serie televisiva per intero, perché io avrei potuto essere uno di loro: ho studiato musica alla Scuola di Musica di Fiesole e sono diplomato in oboe.
Quale occasione migliore per divulgare un'arte ormai dimenticata? Eppure ... quale arte più bella della musica?
Invece la serie televisiva lascia (ancora una volta) sullo sfondo la musica a vantaggio delle tragedie che caratterizzano i protagonisti: chi trova una vita regolare malgrado la sua cecità, chi ha i genitori separati, chi un fratello che combatte contro il tumore, chi è rimasto orfano di madre nel terremoto, chi si innamora della ragazza di un altro ceto sociale e chi viene conteso tra la mamma ex-tossicodipendente e la coppia affidataria. Tutte le problematiche sono l'occasione per riflettere su temi legati al sociale e alla sofferenza umana, oltre che alla tutela dei minori: il tema dell'aborto, delle difficoltà ad elaborare le emozioni, l'omosessualità, la sicurezza delle strade, il diritto allo studio, il supporto psicologico.
Complessivamente la serie televisiva è piacevole, per quanto a tratti fin troppo stucchevole.
Rimane l'ottima idea di parlare di musica, per quanto tradita già al termine della prima puntata. Peccato!

"Il senso della vita" di Irvin D. Yalom Terza Edizione Beatbesteller (20123). Titolo originale: "Momma abd the meaning of life" (1999)

 Trovo Yalom così istruttivo ed entusiasmante, che ho deciso di leggere tutti i suoi libri. Dopo "Le lacrime di Nietzche", "S...