lunedì 13 aprile 2015

"Il vecchio che leggeva romanzi d'amore" di Luis Sepulveda (1989)

Un romanzo dal sapore antropologico. L'uomo immerso in una natura indomabile, costretto a imparare il linguaggio della foresta amazzonica ecuadoriana. Rumori, odori, tracce, piante, animali. Qualsiasi elemento è foriero di segnali che comunicano qualcosa, se solo quei segnali trovano l'occhio esperto di qualcuno che li sa leggere. Ogni civiltà ha la sua cultura, tramandata di generazione in generazione. Usi e costumi consolidati in un rapporto simbiotico col contesto naturalistico in cui si sviluppano. La tradizione diventa una garanzia di un equilibrio tra l'uomo e la natura che garantisce la sopravvivenza, non senza crearsi una tensione in una caccia all'ultimo predatore: già, perché anche l'uomo fa parte della natura e il romanzo ce lo ricorda ad ogni sua pagina. Il senso stesso della vita viene così stravolto in una dimensione che richiama al rispetto per il nemico.
Ai margini della civiltà c'è anche lo spazio per la lettura e per la trasmissione di parole romantiche. Attraverso l'incerta capacità di lettura del protagonista, sembra crearsi un vero  e proprio contrasto tra un mondo incontaminato e un altro mondo costellato da città metropolitane. L'altra natura dell'uomo, qui vista da lontano, acquisisce una sua poesia, non meno affascinante e desiderabile.