martedì 14 giugno 2011

"L'epoca delle passioni tristi" (2008) di Miguel Benasayag e Gérard Schmit edizioni Feltrinelli. Titolo originale "Les passions tristes. Souffrance psychique et crise sociale" (2003) traduzione italiana di Eleonora Missana

Il fallimento delle così dette scienze esatte, che fino a pochi decenni si illudevano di poter un giorno spiegare le leggi della natura, ha portato l'uomo in un pessimismo generale.
Fallito lo scientismo positivista, l'uomo si è sentito attanagliato dalla progressiva consapevolezza che il progresso tecnico e scientifico, lungi dal produrre la felicità inizialmente promessa, ha in realtà prodotto molte criticità legate agli inquinamenti, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie.
L'uomo moderno si trova così costretto a confrontarsi con una serie di incertezze e criticità, tra le quali l'emergenza dell'autoritarismo (e non più autorevolezza) nei modelli educativi contemporanei, la perdita del riferimento storico individuabile nella persona anziana, oggi vissuta come peso e non più come fonte di conoscenza, il prolungarsi dell'età adolescenziale proprio a causa della carenza di figure genitoriali sufficientemente autorevoli, l'emergenza di criteri quantitativi nei servizi primari (istruzione e sanità) non più gestiti con criteri qualitativi, fino a depersonalizzare i criteri di trattamento delle persone (per es. la mission delle aziende sanitarie riguarda quanti farmaci sono stati commercializzati, e non più quale qualità di servizio è stato erogato al cittadino). I giovani crescono con l'idea di trovare un lavoro teso alla mera sopravvivenza, e non un lavoro che gli consenta di esprimere passioni o inclinazioni personali.
Effettivamente, molte volte in studio nel corso delle sedute di psicoterapia, mi confronto con persone che non sanno più scegliere tra il lavoro sicuro ma depersonalizzante, piuttosto che l'avvenutura meno sicura sul piano economico ma decisamente rivitalizzante: una dialettica, quella tra la sicurezza-noia e insicurezza-vita, che finisce per portare le persone a rinunciare a parti vitali della propria esistenza, fino a soccombere ad un letale senso di noia e frustrazione.
Oggi predomina una triste cultura dell'emergenza, a fronte della quale pensare è diventato persino un lusso (la frenesia quotidiana toglie il tempo per pensare). Persino le scienze psicologiche e psichiatriche finiscono per depersonalizzare le persone, privilegiando freddi sistemi diagnostici alla costruzione di relazioni di aiuto centrate sul'incontro emotivo tra persone.
In un mondo così in crisi, gli Autori si chiedono quale ruolo possa assumere il clinico psicologo o psicoterapeuta, per rendersi utile al cittadino moderno.
In quest'ottica il professionista psicoterapeuta deve essere critico verso i paradossi che sottendono la nostra società e il suo pessimismo dilagante: il clinico possiede gli strumenti per opporsi alla progressiva anomia che caratterizza le nostre città, favorendo occasioni di socializzazione e valorizzando la persona, nonchè la sua esperienza soggettiva del mondo.
Risulta inoltre necessario opporsi alla concezione economico-commerciale della relazione di aiuto: promuovere una cultura basata sull'incontro con le persone che soffrono. I sofferenti manifestano storie di vita ed eperienze esistenziali, prima che l'appartenenza ad una categoria nosografica.
Io sono estremamente d'accordo con Benasayag e Schmit: sia in studio privato di psicoterapia, che negli istituti di pena in cui lavoro, ogni giorno mi rendo conto che il solo ascolto delle persone restituisce loro la dignità di esistere.
Se le persone hanno l'opportunità di essere ascoltate senza giudizio, trovano le forze per migliorare la propria condizione di vita. Sembra strano, ma il solo rispetto verso la persona sofferente e il solo ascolto empatico delle sue emozioni, costituisce una relazione di aiuto estremamente potente. Non c'è bisogno di dare suggerimenti o interpretazioni: lo psicologo non serve a insegnare qualcosa al cliente. Lo psicologo si rende utile se prova stima e fiducia per la persona: solo in questo modo la relazione di aiuto riesce a facilitare la persona a trovare la motivazione ad uscire dal problema.
La relazione di aiuto non deve essere, quindi, direttiva.
Per riuscire a raggiungere tale obiettivo, anche il clinico deve essere disposto a mettersi in gioco nella relazione di aiuto: come professionista, per riuscire a entrare in contatto con la persona che aiuto, devo essere autentico. La persona mi deve sentire vivo, realmente interessato alla sua storia, altrimenti la relazione di aiuto si trasforma in un rapporto burocratico e formale, troppo freddo e distaccato: in questi casi la motivazione al cambiamento verrebbe meno, svanirebbe nell'indifferenza reciproca dei due interlocutori. Solo col calore dell'accoglienza e del rispetto, il clinico che lavora nell'era post-moderna può offrire strumenti di aiuto alternativi al pessimismo dell'epoca delle passioni tristi.
Trovo interessante il libro perchè si sforza di promuovere una psicoterapia maggiormente rispondente alle emergenze della società moderna. Sebbene gli autori siano di formazione psicoanalitica, i loro suggerimenti professionali sono coerenti col paradigma scientifico da me preferito, quello della psicologia umanistica di Carl Rogers.
A commento del libro sottolineo la responsabilità del clinico di offrire alla società una relazione di aiuto sostenibile, a fronte di una disponibilità economica sempre minore del privato cittadino. Per questa ragione organizzo sessioni di terapia di gruppo, che offre l'opportunità di effettuare percorsi di crescita, con costi estremamente contenuti rispetto alla psicoterapia individuale. Inoltre, la terapia di gruppo costituisce la risposta concreta ad una crescente concezione egoistica e asociale del cittadino dell'età moderna.