domenica 26 maggio 2013

"I vizi capitali e i nuovi vizi" (2003) di Umberto Galimberti

Un percorso tra i vizi dell'uomo post-moderno: non solo quelli "individuali" (per es. l'invidia, la superbia  e l'avarizia), ma anche i nuovi vizi "collettivi" (il consumismo, in conformismo, la spudoratezza, la sessuomania, la sociopatia, il diniego e il vuoto).
Si tratta di un vero e proprio viaggio conoscitivo tra i nostri difetti. 
Puntuale come sempre, Umberto Galimberti fornisce gli strumenti filosfici necessari per comprendere i sentimenti che sottendono i vizi della natura umana. 
Al termine della lettura abbiamo numerosi strumenti per attenuare il giudizio moralista e raffinare la capacità di comprendere: in questo modo il gesto empatico nei confronti delle persone che incontriamo può risultare più spontaneo.
L'opera è utile a sviluppare gli strumenti necessari nella relazione di aiuto nei confronti delle persone che sono colpite dai "vizi": al riguardo apprezzo il ripetuto riferimento dell'autore alla necessità di instaurare un incontro trasparente e sincero nei confronti delle persone in difficoltà.
Consiglio la lettura a tutte le persone coinvolte a qualsiasi titolo nelle professioni sociali,  educative o psicoterapiche.

"Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati (1940)

"Il deserto dei tartari" è un romazo la cui trama pare sospesa nel tempo, nell'attesa di un evento che sarà la grande occasione della vita, quella che restituisce gloria e celebrità al protagonista. 
In quell'attesa, la speranza pervade ogni altra emozione, e l'ambizione diventa paradossalmente la rinuncia a vivere. In questa dimensione di incertezza, nel grigiore di giornate che si susseguono lentamente sempre uguali, le stagioni portano via intere decadi, senza che il protagonista abbia la chiara percezione di tutto quel tempo trascorso in esilio.
Non si può dire che il protagonista non si interroghi sulla necessità di cambiare stile di vita, anzi il tormento tra il rimanere in attesa e il fuggire via è continuamente replicato in un conflitto interiore che pare non trovi soluzione.
Il romanzo mi sembra una perfetta rappresentazione di quanto spesso accade a tutti noi, quando la speranza che qualcosa cambi prevale sul nostro agire concretamente. L'immobolismo è troppo spesso più potente dell'interventismo. Pur rendendoci  conto che stiamo sprecando il nostro tempo, non troviamo il coraggio di attivarci: accade quando diciamo a noi stessi "sai quello che lasci e non sai quello che trovi". 
Quante volte la sicurezza di fallire vince sull'incertezza di vincere? Quante volte rimaniamo passivi, lasciandoci illudere dal fatalismo o consolarci da vaghi sentimenti di impotenza? Qui ogni attenuante è valida per giustificare la rinuncia a metterci in gioco. Attenzione! qualche volta persino il sintomo psicologico può giocare il ruolo di attenuare quei sensi di colpa che derivano dalla scelta di abbandonare il confronto con le nostre difficoltà.
Si tratta di una vera e propria trappola psicologica, a causa della quale siamo immobilizzati dal timore di scegliere e dall'ansia di vivere.
Così rischiamo di morire quando siamo ancora nel pieno della nostra vitalità. Il sogno a cui agognamo si trasforma in un'amara illusione che finisce per portarci ad una pervasiva rabbia nei confronti della vita.
Troppe volte ho assistito come psicoterapeuta persone immobilizzate dal timore di fallire.  In queste condizioni il pessimismo si sostiuisce alla fiducia di cambiamento e la tristezza occulta ogni spinta vitale.
Ho constato che l'accoglienza di quelle emozioni che ci condannano all'immobilismo può aiutare la persona a recuperare fiducia nelle proprie capacità: in questo modo la persona recupera il potere personale di introdurre i provvedimenti necessari a raggiungere nuovi obiettivi esistenziali.

domenica 5 maggio 2013

"Fai bei sogni" (2012) di Massimo Gramellini edizioni Longanesi

Un romanzo autobiografico intenso, pieno di emozioni e di insegnamenti. Pagina dopo pagina non si può fare a meno di apprezzare gli sforzi del protagonista a trovare le risorse per superare il dramma della propria vita, la tragedia di aver perso la mamma a 7 anni, rimanendone schiacciato per un lungo periodo, ma riuscendo un giorno a trovare il coraggio di vincere la vergogna e svelarsi alla persona adatta per un'azione così intima. Sembra un paradosso, ma lo stato emotivo di un bimbo orfano non deve fare i conti solo con la deprivazione del genitore ormai perso, ma anche con la percezione che gli altri hanno di lui. C'é il desiderio di non essere relegato nella categoria dello sfortunato orfanello. Qui entra in gioco il bisogno di essere accolto, stimato nelle proprie capacità e di non essere rifiutato nella propria malasorte. Non essere amati e non sentirsi amati: qui la commiserazione e l'indifferenza possono forse risultate ancora più dolorosi della separazione dal genitore amato. Il senso di smarrimento che ne consegue è lacerante e mina i fondamenti di un'identità che rischia di divenire errante, fatua, persa nel vuoto. 
Nella mia professione di psicoterapeuta ho trovato diverse persone che hanno avuto esperienze analoghe a quanto descrive Massimo Gramellini in "Fai bei sogni": ho avuto modo di osservare l'importanza di legittimare le emozioni in tutte la coniugazioni in cui esse sono vissute. Lo scopo ultimo è quello di dare un senso alla propria vita e di lasciare che la rabbia ceda il passo alla pace e al perdono. 
Nel corso della lettura ho spesso pensato al potere dell'affidamento: laddove viene meno un genitore, un'altra persona si rende disponibile a regalare amore, affetto, attenzione. L'affido non mira a sostituire la persona ormai persa, ma a recuperare (o almeno a tentare di recuperare) la funzione affettiva che quella persona giocava e poteva giocare in vita nei confronti del bambino ormai orfano. L'esperienza di Massimo Gramellini, quando è costretto a confrontarsi col rifiuto della prima tata alla richiesta di fargli da mamma, supporta l'ipotesi che forse un affido lo avrebbe aiutato a superare il trauma dell'abbandono. 
Il romanzo di Massimo Gramellini insegna a sviluppare la forza per superare le sfide della vita e che, come diceva un suo professore in modo forse un po' brusco , "i se sono un marchio dei falliti. Nella vita si diventa grandi nonostante".